IndiceIndice  FAQFAQ  CercaCerca  Lista UtentiLista Utenti  GruppiGruppi  RegistratiRegistrati  AccediAccedi  

Condividi | 
 

 ARFAN MILLE AGHI

Andare in basso 
AutoreMessaggio
InPuntadiPenna

avatar

Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: ARFAN MILLE AGHI   3/10/2008, 13:18

Arfan mille aghi


La faccia nella foto segnaletica le trafiggeva il cuore.
Abdul, capo della polizia di Muscat, insisteva; stringeva in mano la foto e la spingeva sotto il naso di Farida senza darle tregua.
- Sicura che è lui?
Farida aveva visto mille facce somiglianti nello schedario, ma dell’ultima era sicura: era lui.
Rispose con la voce rauca e il sapore di mandorle amare in gola.
- È lui.
Parlava mordendosi il labbro, lo sguardo sull’altro lato della stanza, fisso su una macchia sul muro che sembrava interessarla più della foto del militare.
Non voleva che Abdul scoprisse la voglia di vomitare che avvertiva in gola.
Un sapore di rancido amaro come il fiele, lo stesso da quattro mesi, ogni mattina.
Quattro mesi. Eppure sembrava accaduto tutto il giorno prima.
Strinse gli occhi, il viso tra le mani, e i ricordi tornarono indietro al rallentatore.
- Non gridare o muori. – Le aveva detto il tipo alto e smilzo con la voce calma e l’accento straniero.
Erano in due. Ma quello più basso fingeva d’ignorarla; s’era messo a rovistare nei cassetti come se cercasse qualcosa. E dopo aver buttato tutto all’aria, aveva fissato lo spilungone e con voce aspra e decisa aveva detto:
- Niente nemmeno qui …maledizione.

Poi, con la testa sbieca, arricciandosi i baffi con le dita, aveva cominciato a fissare il seno di Farida, sgranando gli occhi.

- Prendete tutto quello che volete –. Aveva urlato lei.

- Non gridare. – Le aveva sibilato in faccia quello basso.

Sapeva di umido, muffa e polvere da sparo; portava anfibi neri, una camicia militare polverosa stretta su un corpo muscoloso, un pantalone mimetico e una faccia da ragazzino sbarbato, ma aveva nello sguardo una strafottenza e una spavalderia da capo.

L’aveva afferrata per un braccio e la sberla era arrivata senza che l’avesse vista partire; era ruzzolata sul pavimento ingombro di carte, mentre lui rideva.

- Bel culo! - Aveva sibilato a quello due spanne più alto di lui.

Fece fatica a interrompere i ricordi quando Abdul la scosse dal torpore toccandole un braccio con la mano. Poteva andare, disse lui. E lei, con un sospiro, s’alzò barcollando, dopo aver fatto un cenno di saluto.

Uscì rasentando i muri, reggendosi con la mano. Fuori il caldo sorprese il suo corpo già sudato, prigioniero del burka che nascondeva un accenno di pancia.
La sfiorò appena, con la mano che le tremava.
Si fermò per prendere fiato all’ombra di una mangrovia, vicino al parco di Seeb dal lato opposto della porta antica di Muscat, e il senso di colpa che da quattro mesi già avvertiva, si mischiò al ricordo delle raccomandazioni di sua madre, che fecero capolino stringendole la gola.

Fu in quel preciso momento che Farida decise.
Sfiancata da un caldo senza cuore, a stento sorretta da due gambe legnose, con la gola secca e gli occhi arrossati, giurò che avrebbe detto tutto al marito.

Lui era buono. Avrebbe capito.
Vent’anni. Un metro e settanta. Capelli lunghi e riccioli del colore delle notti nelle strade della Muscat vecchia quando restava senza luce. Pelle ambrata come le montagne di Oman Maskat, dove il padre la portava da bambina a pregare, facendole credere che se si alzava sulle punte, avrebbe potuto toccare il cielo con un dito.
Farida usava il burka quando usciva, ma sotto il velo nascondeva occhi azzurri come il mare di Oman, affilati come pugnali.
L’unico uomo della sua vita, l’aveva sposato. Amhir, un miliziano combattente fissato con le tradizioni, sempre impegnato e con la fissa della caccia ai terroristi.
La chiese in sposa un giorno fresco e luminoso di settembre, Farida ricordava il bacio sulla fronte che le diede, e la faccia che fece lei, quando la chiamò con quel nome: Amira, principessa.
Lo disse a sua madre, e lei, tra mille raccomandazioni, le disse che da sposata avrebbe preso il nome di Azima: sposa dignitosa. Lo stesso preso da lei e da sua nonna prima ancora; lo stesso che imponeva una religione che prometteva pietre nella schiena alle mogli che non sottostavano al potere del marito, secondo per importanza solo ad Allah.
Così disse tutto ad Amhir quella sera. Ogni particolare taciuto di quella notte che di lì a poco non avrebbe più potuto nascondere a nessuno.
La sera a casa gli portò i saluti di Abdul, gli disse che l’amava, lo pregò di aiutarla, lo supplicò di parlarle o ucciderla, se preferiva. E Amhir il buono, l’istruito, l’emancipato, come un automa, le prese un braccio e, senza alzare la voce, disse:
- Hai due giorni per raccogliere i tuoi stracci e sparire.
Lasciò la casa del marito quella sera, per non tornarci mai più.
- Vieni a stare con me – le aveva proposto la sorella.
- Magari … -, aveva risposto lei, - Così poi tuo marito caccia via anche te.
- Liberati del bambino se vuoi vivere a Muscat … - Le aveva sussurrato all’orecchio la sorella con un filo di voce.
Ma era tardi per Farida; sapeva come andavano le cose a Muscat. Dopo quella notte, nulla sarebbe tornato come prima. E anche se quei calci al ventre erano forti più delle sue paure, tremava al pensiero di far nascere un altro bastardo con la faccia del militare che rideva nella foto segnaletica di Abdul.
Camminava e piangeva, in quel labirinto stretto di vicoli affollati della città nuova, sotto le tettoie di palme illuminate dalle lanterne. Passò tra negozietti e bancarelle in mezzo a profumi di spezie e tessuti, e i piedi, quasi da soli, decisero di portarla, verso i colori dell’imbrunire, davanti al museo dei bambini, nei pressi del parco di Al Qurm.
Alzò la testa e lo vide, e allora seppe cosa fare.



***




La trovarono accartocciata sotto un mucchio di cartoni fuori Muscat.
Usciva solo di notte, randagia, a mendicare tra il porto e la ferrovia.
Le pietre, a centinaia, l’avevano colpita alla schiena con precisione, anche al buio.
Non si era quasi difesa, dissero. Ma sotto quel corpo martoriato, trovarono un bambino nato da poco, l’aveva protetto col suo corpo come un dono.
E quando lo dissero al marito, Amhir cadde dalle nuvole.
- Non è lei-, disse. - Non era incinta, non è figlio mio!
Fu la sorella a prendersi cura del fagotto mezzo assiderato rimasto una settimana in braccio ai miliziani.
Fuggì dal marito, decisa a non ascoltare più nessuno.
- Mi teneva legata, mi frustava, non mi faceva uscire. – Disse ai miliziani.

Ma loro risposero che picchiare una moglie era dovere di un marito, se voleva rispetto.
E per farla desistere dalle sue accuse, aggiunsero:

- Allah ti punirà. Farai la stessa fine di tua sorella se prendi con te il suo bastardo.

Arfan, in arabo significa gratitudine.
Divenne il nome del bambino; lo scelse lei, sicura che e a Farida sarebbe piaciuto.

Adesso vivono a Parigi. A pochi passi da Montmartre in un quartiere dove in pochi saprebbero dire come ci siano arrivati.
Arfan farà diciotto anni tra un mese, ha occhi scuri e la carnagione di sua madre; disegna porti, paesaggi, villaggi di pescatori, antiche fortezze, ma soprattutto volti di donne brune. Usa aghi appuntiti per incidere sul legno, che pare faccia arrivare dall’Oman, la capitale della terra dei sultani, il luogo dei mille splendidi soli.

Qualcuno dice che per disegnare il volto della donna con i riccioli e la pelle scura, che tiene appeso in camera sua, abbia usato esattamente mille piccoli aghi.
Che ha conservato tutti, uno ad uno.



http://inpuntadipenna.org/in-punta-di-prosa-f1/arfan-mille-aghi-t3635.htm
Torna in alto Andare in basso
Visualizza il profilo
 
ARFAN MILLE AGHI
Torna in alto 
Pagina 1 di 1

Permessi di questa sezione del forum:Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum
 :: PUBBLICAZIONI PER AUTORE :: Penna Libera-
Vai verso: