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 PIPINO MARITO DI BETRADA

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: PIPINO MARITO DI BETRADA   1/10/2008, 23:03


Nella vita sono stata molto fortunata, sono cresciuta in una casa dove c’erano tanti libri, ho avuto due genitori che mi incoraggiavano a leggere, che non mi dicevano mai questo è un libro che non puoi ancora capire, che mi hanno sfidata a leggere completamente libera tutto quello che c’era in casa.
Lo so è fondello nascere in una famiglia come la mia perché ci vuole molta fortuna per leggere da giovanissimi qualche libro giusto.
Oggi ci sono migliaia di libri che sono mera spazzatura, da leggere mentre sei in coda o in spiaggia, ma ci sono libri o parole che hanno una storia, che ti danno uno squarcio su un’idea importante, che ti dicono una cosa intelligente, che attraverso i loro personaggi vivi con loro storie che li rendono unici.
E soprattutto potevo leggere tutto senza censure di nessun tipo.
E questo è stato senza alcun dubbio il dono più grande, fra i molti che mi hanno fatto, che ho ricevuto.
Crescendo con dei genitori simili, che invitavano al dialogo, accettavano la discussione, sia pur con dei limiti di una educazione ferrea molto forti, si è sviluppato in me un pessimo rapporto con l’autorità e la scuola, prima rappresentazione di potere che incontri e questo ha sollecitato assai la mia ribellione.
Asilo senza storia, elementari di una banalità assoluta, ho preso coscienza piena di essere una ribelle alle medie.
Non parlo del ginnasio, è stato un choc.
Eppure oggi se ci penso ho avuto professori “relativamente” illuminati, compagni senza dubbio geniali, difatti oggi spaziano da condannati all’ergastolo, a persone che danno gli ergastoli, qualcuno che legifera per gli ergastoli, altri che costruiscono sogni impossibili. Insomma una bella palestra.
Ma tornando alle medie, sono stata iscritta a forza in un collegio per signorine, mamma mia come è brutto detto così.
Ma era proprio così, tutte con la gonna scozzese, camicetta bianca con colletto di piquet (chissà se esiste ancora?), giacchino blu con stemma della scuola, calze di cotone al ginocchio rigorosamente blu scuro e mocassini duri come il ferro, le mitiche college e quelle che osavano avevano il penny nella mascherina.
Gonne che tra l’altro, uscite alla cinque e mezza dalla galera, avevano la capacità di trasformarsi in un battibaleno in cortissime minigonne mediante una serie di piegamenti e arrotolamenti che nemmeno riesco più ad immaginare.
Perché fuori uscivano i ragazzi del vicino convitto di San Giuseppe e allora…
In fondo tutte eguali, abbigliamento paritario ed egualitario, pensandoci bene mica un errore.
E ovviamente le suore capeggiate da una preside che, oggi, ricordo fantastica.
Vedova nubile di guerra, con una scelta religiosa assai, a mio modesto parere, dubitativa, gran bella donna, coltissima, regnava con pugno di ferro sia sulle suore che su di noi, a tacer dei professori, suor Maria Sophia che con arroganza sottolineava come lei portasse il nome della sapienza.
Pacifico che con lei non potessi avere altro che un rapporto conflittuale, di costante attenzione reciproca ed in fondo, credo e spero, di stima.
In tutto questo marasma, a parte le sigarette, pacchetto da dieci di MS, fumate nei bagni, gli scherzi vari, le amicizie assolute, le confidenze, in un ambiente di sole donne l’argomento principale erano i ragazzi.
Di avere storie a quella età proprio non se ne parlava.
Qualcuna aveva fratelli, tutte avevamo una pletora di cugini che ci guardavano con l’interesse che di solito si riserva ad una bella …di mucca che incontri in un sentiero.
Con loro interminabili passeggiate in bicicletta, tornei di tennis infiniti, stesso posto e stesso mare tutte le estati, tutti intruppati, pigri pomeriggi estivi e poi, suvvia, fascino zero, come tutte le cose note ed arcinote.
Insomma, non ci filava proprio nessuno e noi avevamo una curiosità morbosa per l’altro sesso.
Esauriti tutti i libri d’arte, scippato il libro sugli affreschi proibiti di Pompei, l’unica risorsa era un mio cugino che viveva in Svezia e faceva il giornalista.
Già, la mitica Svezia, terra di ogni libertà di cui avevamo letto su qualche Cosmopolitan dimenticato, per disattenzione, da qualche madre.
Scritte allo svedese mille lettere, con mille perifrasi, spalleggiata dalle mie amiche, alla fine la richiesta: mandaci per favore un poster con un uomo nudo.
Il cugino, adesso lo vedo con altri occhi, attratto dal gioco un po’ vojeur, che prometteva di mandarlo.
Adesso che ci penso, in quel periodo ero veramente al centro di ogni interesse delle mie compagne, ogni mattina la domanda: è arrivato?
Finalmente un pomeriggio, mentre sciamavamo fuori di corsa, vidi mia madre vicino alla macchina che sventolava un tubo di cartone.
In un attimo eravamo tutte intorno e io, la destinataria, con aria solenne che srotolavo questo enorme poster, poster che riproduceva un infilata di inguini maschili, riconosco in stato di quiete.
Peccato che con passo felpato ci avesse raggiunto alle spalle la suora portinaia, suor Secondina, di nome e di fatto.
Ho ancora negli occhi lo sguardo ridente di mia madre che si infilava veloce in macchina e partiva sgommando.
Ovvio risultato: la sottoscritta dalla preside con una serie di punizioni che preferisco dimenticare, ma che comprendevano dallo studiare a memoria un numero x di canti della Commedia, all’obbligo dei silenzio durante i pasti, e simili.
Calmate le acque, dopo un paio di mesi, una nostra compagna arrivò trionfante con un nuovo “gioco”, un condom sottratto al fratello.
Avevamo delle nozioni molto vaghe, anche le più scaltre di noi, sull’uso di tale misterioso oggetto che, in fondo, sembrava un palloncino.
L’idea mi venne all’improvviso ed avevo la capacità di persuasione di convincere le altre.
Tra le varie “punizioni” che ci toccava, c’era anche il corso di musica, nell’apposita aula, dove a me, ad esempio, toccavano sempre delle scale infinite, che detestavo.
L’insegnante, il prototipo della fraulein, alta, magra, con i capelli biondi tinti con ignobili veleni, rigoroso tajeur con filo di perle di prammatica, bocca rosso scarlatto e antipaticissima a mia madre che sosteneva avesse avuto nel passato una storiella con quel malandrino di mio padre.
Orecchiando quel che non dovevo, avevo incamerato la notizia che aveva una storia con un notaio, anche se non sapevo bene cosa significasse avere una storia, per la precisione le amiche di mia madre dicevano che ne era la mantenuta.
Avevo accantonato l’informazione perché avrebbe potuto sempre essere utile..nella vita non si sa mai.
Detto fatto convinsi una delle mie compagne a gonfiare il condom e ricordo che lo appesi alla lavagna nell’aula di musica.
Lezioni di musica, un supplizio, la fraulein che entrava in aula, gli occhi di falco che scorgono subito il presunto palloncino, enorme sorriso rivolto alle sue “bimbe”, un titillamento delicato sulla punta e la frase, per certi versi impagabile: “Ma che care le mie bimbe, ma che dolci, giocano ancora con i palloncini!”.
Ricordo che ci fu una improvvisa caduta di matite sotto i tavoli, fogli di musica che volavano da tutte le parti, flauti che cadevano con una cacofonia tale che riuscì a coprire la mole di risate che ci assalì.
La cosa andò avanti per alcune settimane, con il titillamento rituale del condom, oramai battezzato Pipino marito di Bertrada, con chiaro intento di contrastare i precetti dogmatici e sessuofobici che ci venivano inculcati.
Pipino, marito di Bertrada, così titillato giornalmente dalla fraulein, ad un certo punto fece la fine di tutti i Pipini e si ammosciò senza possibilità di riviviscenza.
Non mi sembrava carino gettarlo via, in fondo era stato un compagno discreto e cortese che ci aveva alleviato ore di tedio assoluto.
Detto fatto pensai di organizzarne il funerale.
Prendemmo un pacchetto di sigarette vuoto, lo infilammo all’interno con molto rispetto, avvolgemmo il pacchetto con la più bella stagnola che trovammo, e in fila indiana, ognuna con un fiore in mano, il fazzoletto da naso (pulito per quanto ricordo) in testa, ci recammo nel chiostro, chiostro che aveva al centro un imponente ippocastano.
Affrante, ci eravamo procurate una zappetta da aiuole, seppellimmo Pipino, marito di Bertrada, e coprimmo la sepoltura con i fiori che avevamo in mano.
Ammetto che l’intera cerimonia fu seguita con molto interesse da una serie di corvi neri che dicono chiamarsi suore.
Non ricordo però soggiorni nello studio della preside, di conseguenza credo che per quella volta rimasi impunita.
Faccio ovviamente parte dell’associazione ex allieve e mi capita, assai di rado, di andare alle riunioni che trovo allegre come veglie funebri, ma l’ultima volta che ci capitai, non resistetti e andai nel chiostro, sotto l’ippocastano, e salutai con molto affetto il buon Pipino, marito di Ber


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