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 A me... mi

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: A me... mi   3/10/2008, 16:54

A me... mi.



-Metti qualcosa di pratico,ti porto al mare. – Ti avevo detto al telefono.
- E il caffè?- Avevi chiesto assonnata.
- lo prendiamo in autostrada – Avevo risposto.
- A che ora passi? – Chiedesti dopo un silenzio di minuto.

Ti avevo svegliata alle sette e senza caffè.
- Tra un’ora, sotto casa tua. - Aggiunsi prima di chiudere.


C’eravamo conosciuti alla presentazione di un libro di un amico comune una settimana prima. Quel giorno eri in ritardo. Ma il libro di Giacomo sembrava un best seller grazie alla tua brillante recensione.

- A me mi... piace questo libro –

Avevi esordito davanti ad un pubblico distratto e rumoroso diventato improvvisamente attento a quelle parole. Poi avevi aggiunto: - anche sbagliare la grammatica, può essere utile, non vi pare? –

La nostra domenica era iniziata con una telefonata, uno scooter in rodaggio, un sorriso e un’alzataccia. I tuoi passi veloci sull’asfalto bagnato mi fecero ricordare una libellula, e forse lo eri stata in un'altra vita. Pallida come chi legge troppi libri, passo felpato di chi sfiora la strada per non fare rumore, aria sicura di chi usa vestiti, ma vivrebbe meglio nuda. Le tue scarpette rosse, scalpitavano impazienti; le calze di due colori diversi, tirate fuori da un cassetto al buio, il pantaloncino, in tinta con le scarpe, comodo. Nei due tasconi laterali un’enigmistica, una biro e un tascabile economico Mondadori. La maglietta a maniche lunghe nera, scollo profondo, forse indossata al contrario e passi da ballerina.
Eri senza reggiseno.

- sono in orario? – Chiedesti con due occhioni sbarrati bellissimi e un sorriso, quando mi venisti incontro e mi vedesti indicare il mio orologio da polso, due ore dopo.

Ci presentò Giacomo.
La tua maglietta macchiata di crema me la ricordo come quello che mi dicesti dopo.

- Dicono che gli intellettuali amino il salato. Forse per questo sono vorace di dolce. –

Esordisti indifferente a quella macchia di crema succhiandoti il dito, mentre tenevi l’altra mano tesa verso di me per le presentazioni.

-Giulia Dorelli: presuntuosa – Avevi detto senza guardarmi.

Il tuo compagno di lettura faceva capolino dalla borsa. Parlavi con gli occhi persi chissà in quali pensieri. Non portavi orologio e nessun gioiello, solo uno strano anello memoria di un matrimonio andato male, unico vezzo ad una femminilità che nonostante i quarant’anni, non avevi imparato a nascondere, come avresti voluto. Gli occhi verdi, appena truccati, invece non li potevi nascondere. Nemmeno con quell’abbigliamento essenziale e con la rapidità di sguardi, con cui osservavi ogni particolare e contribuivi a farmi pensare che non fossi quella che volevi far credere.
La solita intellettuale impegnata e pallosa, che non la dava, avevo pensato.
Non mi eri simpatica ma i fianchi morbidi e l’andatura da libellula mi fecero esitare.

- ho messo maniche lunghe come mi hai detto. Posso salire su quel coso? – Stavi dicendo indicando il mio scooter nuovo. Era solo il nostro secondo incontro, ma la confidenza non sembrava fatta di poche ore.
- quel “coso” come lo chiami tu, è un concentrato di tecnologia. Vuoi provare il brivido della velocità? - Ti risposi allegro.
Appoggiasti il piede sulla pedivella e ti accomodasti dietro. Sembrava ti fossi preparata a quel movimento plastico, tutta la notte.
Sistemai uno specchietto per vedere la strada, l’altro per guardarti senza farmi vedere. T’infilasti il casco sopra i riccioli neri e quando accesi il motore, stavi ancora armeggiando con le maniglie laterali per reggerti bene.
Sarebbe stato duro ogni centimetro di quella strada. Ero sicuro.

Giacomo mi aveva avvertito: - non fidarti delle apparenze. Ciò che fa Giulia è molto meno di ciò che è. E quel che fa, è spesso esagerato – E dopo tre ore di conversazione, sul buco dell’ozono, sulla politica antinquinamento e sulla letteratura sovietica, di cui non sapevo un’ acca, dicesti, con l’aria di chi aveva argomenti a milioni:

- Se non sei ancora fuggito sei l’uomo del mio fine settimana.-

E poi avevi continuato: - di solito se la svignano, sai? Nessuno arriva fino alla letteratura Sovietica. Smettono di guardarmi le gambe e il sedere, quando prendo a parlare del buco dell’ozono. Ma tu sei furbo. Non perdi di vista l’obiettivo. Se hai un’idea originale per il prossimo fine settimana, hai fegato da vendere –
C’eravamo salutati con quell’interrogativo scambiandoci i numeri di cellulare, ma credo che lo avrei buttato, se non avessi avuto quell’effetto su di me, dopo che andasti via.
Ricordo il mio stupore per quelle caviglie sottili, quel sedere muscoloso e per tutto quello che c’era sotto quella testa piena di riccioli che mi piaceva quasi quanto il tuo corpo.
Combinazione rara un bel corpo in una gran bella testa.

Quella domenica mattina invece eri silenziosa.

Ti avevo incuriosito con scooter e gita al mare, ma avevi sonno, molto sonno, e più di tutto, il tuo bioritmo non aveva ancora preso a funzionare.

Ascoltavi e aspettavi. Non sembravi tu.

Volevi un’idea più precisa di me, sembravi interessata e leggevi ogni parola dalle labbra con attenzione perché il vento non te ne rubasse nessuna.

Trovasti interessante persino la mia teoria idiota delle donne intellettuali che non sanno essere sensuali, ma t’accorgesti che ero interessato alle tue gambe nude che intravedevo nello specchietto retrovisore, ma ci eri abituata.

Mi ero distratto e, con un buffetto sul casco, richiamasti la mia attenzione:

- Guarda la strada. A me mi guardi dopo.-

Dopo due lauree, una pubblicazione, un incontro letterario, una gita al mare in scooter, quella voglia di richiamare la mia attenzione con quella frase, non era male: – A me mi…-

- A me mi… -

Avevi detto solo quello.
Ed già pensavo a come una cosa simile, poteva produrre un effetto tanto sproporzionato. Il sorriso luminoso, il volto accarezzato dal vento, i riccioli che arrotolavi con un dito, mi convinsero che non esisteva un posto migliore dove avrei voluto essere quella mattina.
L’odore d’asfalto umido e di scarichi di un traffico non troppo caotico, diventò di gianduia. Ad ogni metro immaginavo le tue mani sui miei fianchi, ad ogni curva i tuoi capelli sulla spalla, ad ogni sorpasso il tuo respiro caldo sul collo.
Ma tu non mi sfioravi nemmeno con un dito.
Stavi aggrappata ostinatamente alle maniglie dello scooter. Dritta, impettita, guardando le poche macchine passare, senza fiatare.
Godevi di quel panorama: una campagna toscana addormentata che sfilava dai bordi della strada, tra paesini e odori che amavi più dei miei pensieri sciocchi e sensuali.
Non lo saprei dire, se fu per colpa di un dosso o del fondo stradale sconnesso, ma mi sfiorasti la schiena con il tuo seno nudo.
- A me mi… piace lo scooter –
Sussurrasti piano, piegando la testa sulla mia spalla. E quando le tue braccia si strinsero intorno ai fianchi e cominciasti a muoverti al ritmo delle curve, m’inventai pieghe anche per i fossi, pur di non fartele levare.
Pensai ad un bacio, ad una carezza sfuggita, a qualcosa d’originale, ad altre mille cose intelligenti da dire. Volevo colpirti, ammaliarti, incantarti, con effetti speciali, ma alla fine mi venne solo di dire:

- A me mi...piaci tu -.

http://inpuntadipenna.org/diario-pagine-f10/a-me-mi-t2286.htm


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