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 NON SI AFFITTA A MERIDIONALI

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: NON SI AFFITTA A MERIDIONALI   3/10/2008, 17:04

NON SI AFFITTA A MERIDIONALI


Non ho un posto dove dormire; non ho modo di togliermi di dosso le ore di sonno perduto.
Ho la schiena indolenzita per la durezza del pavimento del corridoio di un treno troppo pieno. Ho viaggiato tutta la notte per essere puntuale all’ora di lezione. Ma devo ancora cercare una stanza, per evitare alzatacce e frequentare.

È una città nuova, troppo grande per spostarsi a piedi, enorme, per uno studente del primo anno arrivato dalla provincia con una cartina in mano, un indirizzo e due borsoni pesanti.
Il cancello che compare all’improvviso ha le lance appuntite alte fino in cielo; somiglia a quelli visti nei libri d’architettura. Lance appuntite che circondano una villa dell’ottocento lucidata a nuovo che si intravede appena tra gli alberi che accarezzano i muri con un’ombra cortese.
Una villa per sede universitaria, non è male, penso tra me.
Il vialetto, con ai lati le aiuole fiorite, si vede anche da fuori. Da dietro la cancellata pare curato e innaffiato fino al limite del marciapiede per evitare di alzare polvere mentre si cammina. Il messaggio che trasmette è chiaro: vietato correre, camminare riflettendo.

C’è un via vai di ragazzi che rafforza la prima impressione.
È un posto dove il pane quotidiano non è a buon mercato. Sono vestiti tutti in modo simile, curati nell’aspetto, ma senza esagerare. Sembrano tipi che badano all’essenziale, ragazzi che disdegnano i fronzoli e gli orpelli inutili e invece sono studenti del primo che provano a confondersi con i fuori corso per fare colpo su ragazze appena iscritte. Dispensano informazioni su corsi, aule, professori, metodi di studio, come se fossero avvezzi a farlo.
Lascio in portineria la borsa pesante. L’affido al custode dopo mille raccomandazioni. Spazientito dal rituale credo per lui consueto, sbuffa e fa spallucce per farmi capire che mi dovrò arrangiare. Dallo sguardo pare dica che non ha tempo con tutto quel che ha da fare.
Finalmente ho le mani sgombre, la testa piena d’idee.
Mi sento leggero; quasi nudo, così senza libri, giornale, sacca, cartina, qualcosa da tenere in mano per darmi un tono. Non ho l’aria impegnata, questo è sicuro, e nemmeno l’atteggiamento dello studente navigato: sono appena arrivato e si vede bene.

La voce mi arriva alle spalle, afona e decisa, e mi riporta fuori dai pensieri.

- Quelli del primo, a destra: con calma e in fretta... - Dice spazientita.

Secondo lui saranno in pochi a resistere in questa straordinaria Università per pochi eletti: meteore, mica matricole, sembra dire con gli occhi.
Lo guardo senza mostrargli timore, ma il cuore batte veloce anche se pare non morda nonostante la stazza e l’aria bieca.
Mi faccio coraggio e chiedo:

- Scusa, oggi e domani ci sono lezioni per quelli del primo? -

Mi guarda con l’aria superiore e snocciola la sua tiritera, mi fa sentire trasparente, per come mi attraversa con lo sguardo e le parole:

-...lezioni?..- Dice. Mi sento di un altro pianeta ma non se ne accorge e prosegue.

- economia e matematica, no di sicuro. Diritto privato e pubblico, neanche a parlarne. La stronza di merceologia, beh quella forse! Geografia economica invece, si farà vedere, visto che non le considera nessuno. Comunque, nessuno la segue. Chiaro? Quindi neanche voi. Intesi? Domani c’è sciopero dei professori. Dovresti saperlo spinetta. Non hai letto il manifesto a destra dopo la coda? Che fai, mi fai perdere tempo? Ah beh, cominciamo?… su, su sloggiare che qui abbiamo da fare.

Non ho bisogno di sapere altro: ho quasi due giorni per cercare una sistemazione; una stanza dove dormire, appoggiare le borse, né troppo costosa, né troppo lontana, prima di avviare l’avventura in un posto tanto diverso dalla mia scuola essenziale del paesino.

Ho tempo.
Tempo per capire, per crescere, per essere all’altezza; tempo per seguire la prima lezione da fuori sede e trovare un ritmo di studio. In quel momento ho solo il desiderio di confondermi col selciato in una città che già dai primi approcci mi ha mostrato la sua intolleranza borghese.

La strada di fronte l’Università non è troppo illuminata.
Alcuni negozi chiusi fanno da contorno al bar scalcinato sull’angolo, che sembra alla mia portata. Entro senza pensare; trascino la sacca fino al bancone, lasciando un segno sul pavimento unto che mi fa vergognare come se lo avessi sporcato io.
La borsa leggera la tengo in mano, meglio non rischiare tutti i miei averi.

La cassiera, grassa e ingioiellata, sta appollaiata su uno sgabello troppo piccolo per la sua stazza dietro alla cassa a destra dell’uscio. Spalanca la bocca in un sorriso appena mi vede e sembra chiedermi l’ordinazione lì sulla porta. - Signori, devo lavorare,- sembra dire, e il sacrificio di sorridere, lo mette in conto a chi entra.

- Un caffè basso, - Ordino con l’aria di chi si aspetta un rifiuto.
- Con molto zucchero, - aggiungo.
La cassiera mostra due denti sporchi di rossetto che sbucano da due labbra gonfie e rosse e forse persino sorride, faccio un bel respiro e oso chiederle:

- Sa dirmi se affittano stanze a studenti, qui intorno? –

La domanda è precisa, ma lei non batte ciglio.
Comincia con l’esame economico patrimoniale ripercorrendo a ritroso l’intero albero genealogico. Considera il volto pallido con pochi peli, il maglione di lana sgualcito, calcola con gli occhi il peso della sacca immaginando consistenza e contenuto, poi controlla il mio orologio dozzinale, le scarpe senza marca, e sospira.
Sembra saperla lunga, lei.
Si sporge verso di me come mi confidasse un segreto e con voce stanca ma rassicurante dice sottovoce:

- Se giri i tacchi e prendi per qui di dietro, trovi, avanti cento metri, un portone marrone con una scritta luminosa. Lì c’è la Pensione Centrale. Al quarto piano cerca della signorina Ilde. Dille che ti mando io; se resti più di una settimana, ti fanno lo sconto. Hanno due camere libere, me l’ha detto prendendo il caffè stamattina.

Aspira la “c” come fosse asmatica, sorrido ringrazio e faccio come dice.
Esco e salgo al quarto piano senza ascensore e trovo la Pensione Centrale; sudato e affannato per la sacca ricevuta in dote, vedo la luce che illumina la scritta sulla porta e penso di essere arrivato. Una stellina rossa consumata, indica la categoria alberghiera; la porta socchiusa, mostra un cartello bene in vista, con una calligrafia molto curata.


Non si Affitta ai Meridionali
.

Entro senza badarci, non sono colpevole per essere del sud.

La domanda la rivolgo alla signora chiusa nel gabbiotto all’ingresso.
Chiedo una stanza e preciso che mi manda quella del bar dell’angolo, anche se la cosa mi infastidisce, facendo riaffiorare un “modo” che trovavo orrendo già al mio paese e che qui mi suona anche peggiore. Il “ dì che ti mando io”, non l’ho mai sopportato, ma ho male ai piedi, e allora …
La risposta non è scortese, ma rimbomba come uno schiaffo in pieno viso.

- Mi spiace, ma se lei è del SUD dovrà cercare altrove... - Dice.

Cercai altrove molte altre volte quel giorno, ma ovunque dovetti usare la mia sacca: quella pesante, quella colma di scatolette di carne in scatola di una marca famosa.
Inciampai e travolsi tutto quello che potevo in quei posti. La trascinavo uscendo e ringraziando con un inchino, come un imbranato che sbatte contro i mobili e le pareti. Era il mio primo approccio con quella città e sottolineavo, a modo mio, quella mancanza d’accoglienza, con tutto il “garbo” di cui ero capace.
Divenne caratteristico l’odore di quell’alberghetto. Sapeva di stantio.
Come certa sotto cultura che riconosco anche oggi.



http://inpuntadipenna.org/diario-pagine-f10/non-si-affitta-a-meridionali-t1580.htm


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