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 E ... la chiamano estate.

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InPuntadiPenna

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MessaggioTitolo: E ... la chiamano estate.   3/10/2008, 17:15



E... la chiamano estate



In quell'alba estiva il mare accarezzava la marea lasciando conchiglie a fare compagnia, quando t’incontrai alle sei del mattino in spiaggia. Stavi infilata dentro un vestito di Arlecchino sulla riva col cane, guardavi il mare, cercando d’interpretare sull’acqua, i segni lasciati da una pietra.

Era già tardi per evitare una battuta che non ti facesse storcere la bocca.

- Di mattina il mare è irresistibile come te… - Ti dissi cercando in un tuo sorriso, una sponda per un approccio che già immaginavo senza speranza.

- E’ il letto, che è irresistibile la mattina. Prova a dormire di più….- Rispondesti.

Avevi una voce teatrale, ed io ti ascoltai, ti guardai, e fu il mio secondo errore.

Il sedere stretto in un improbabile costume, fece impallidire una giornata che stentava a decollare. Non avresti mai creduto che bastasse un costume come il tuo, per fare da richiamo in una Versilia ancora assonnata. Lo avevi indossato al buio, senza curarti che fosse agosto e non carnevale.

- Arlecchino si confessò ridendo. – Ti dissi realizzando.
Era un costume di attori itineranti; avevi ancora attaccata l’etichetta di una nottata passata senza dormire.

- Non parlarmi d’Arlecchino per favore. Hai da fumare?

I tuoi occhi fecero impallidire l’azzurro del mare, i pesci si voltarono quando ti tuffasti vestita; mi facesti ricordare i baci sulle rotonde, le camminate al chiaro di luna e tutte quelle parole che da tanto tempo avevo dimenticato.

Non eri truccata, ma il seno che faceva capolino da un costume troppo sfacciato, asciugò l’ultimo respiro che avevo in serbo, e ciò che cercavo di dire finì in un rantolo, appena aprii la bocca per aggiungere un'altra parola.
Un viso senza spigoli, capelli lunghi corvini, gambe sode e nervose; un insieme che mi lasciò senza fiato, come la sigaretta che ti passai accesa, bruciandomi le dita.

L’idea che il fumo fosse andato per traverso si rafforzo in te, quando diventai paonazzo e feci fumo dalle orecchie e dal naso.

-Dio santo, ma che hai? Chiedesti strattonando il cane, che strattonava te, che ringhiava verso di me e che annusava gli odori lasciati in giro dal mondo intero.

Non ti risposi, feci segno col pollice che stavo bene e tu sorridesti.

Il seno, le gambe, gli occhi, persino la fossetta della simpatia e il resto che notai in un minuto, non erano la parte migliore di te.
Dopo un’ora e tre caffè, capii che il resto faceva impallidire tutto quel ben di Dio.

Mi prendesti per mano quella mattina insieme al cane; ci volevi portare chissà dove. Pensai che la vita certe volte ha un risvolto comico. Se fossi stato un cane avrei parlato; se fossi stato un uomo avrei abbaiato, ma da quel colpo di fulmine inatteso, alle sei del mattino, le parole uscivrono legnose, come le gambe che non potevano più camminare.

Tu Balanzone, io Arlecchino; io servo, tu padrone.
In quel momento era chiaro, certe giornate sono come la Cola Cola: le bevi tutte d’un fiato senza capire se ti sono piaciute o l’avresti dovute evitare.

Il profumo di quell’estate stava dentro un ombrellone che faceva un’ombra lunga e sottile come la tua. Stava sotto un sassolino buffo a forma d’elefante che saltellò tre volte sull’acqua, prima d’affondare.
Lo tirasti piegando la testa, per prendere la mira ed ebbi netta la sensazione che m’avessi trafitto il cuore con un uncino.
Quell’estate stava nascosta dentro un vestito d’Arlecchino, che ti togliesti in una cabina insieme alla spiegazioni di ciò che accadde dopo tra noi due.
Camminavi addomesticando granelli di sabbia con i piedi, quando ti mettesti a guardare il mare. L’odore di quella spiaggia avvolgeva il desiderio, somigliava al rumore di quella canzone che non dimenticai da quell’estate.

- E... la chiamano estate -. Mi dicesti infilata in un paio di jeans e in una maglietta scolorita.

- Lo amavo – Confessasti mentre ti spogliavi

- Come una vacanza inaspettata. Come la pioggia con il sole. Come il vento che accarezza una pagina di diario scritta con passione. Aggiungesti, con la gola secca.

Mi raccontasti tutto appena mi chiedesti di toglierti il vestito d’Arlecchino per fare l’amore.
Lo volevi dimenticare.
Ma io ero Arlecchino e lui ancora il tuo padrone e non facemmo l’amore.
Restammo abbracciati in quella cabina senza parlare e quando uscimmo, tra noi due era diventato amore.


http://inpuntadipenna.org/diario-pagine-f10/e-la-chiamano-estate-t853.htm


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