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 Come cipressi allineati i pensieri...

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Come cipressi allineati i pensieri...   3/10/2008, 17:55


Era già un’alba quella mattina. Al polso le 6,45 precisamente. Pareva strano essere in stazione da solo come persona grande. Sembravo viaggiatore esperto, ma avevo soltanto sedici frecce nella faretra, qualche brufolo ed un sogno a mozzare il fiato dentro al mio primo viaggio adulto. Gli altoparlanti annunciavano cose importanti senza mostrare cuore. Treni in partenza arrivati prima da luoghi, da storie. Gente, vagoni, bagagli, tutto era caos. Mi piaceva sentirmi parte di quello. Al binario quattordici il mio treno, direzione Santa Margherita ligure. Era luglio, il suo caldo riempiva tutta l’aria che c’era. Io partivo e la camicia appiccicata era già avventura. Andavo da lei, sì! Lei che badava ad una bambina di nove anni per quell’estate. Gente bene che trascorreva alcuni mesi al mare con nonne e tate al seguito. Ci mancavamo da un mese e questo viaggio, racchiudeva promessa che aveva segno d’amore tra noi. Ricordo diversi mesi prima la stanza a casa di un’amica, in cui lei disse incrociando i miei occhi, che avrebbe offerto a noi la sua prima volta. Partivo dicevo, contando due ore scarse della mattinata. Una strana sensazione ed il pensiero di quelle parole dette, accompagnarono binari fino a destinazione. Avevo un numero telefonico nella tasca, appena sceso dal treno l’avrei chiamata. Non c’erano cellulari negli anni settanta e la voglia di comunicare era ancora più forte. Bastava mettersi d’accordo e farsi trovare davanti ad un telefono. Sguardo fisso alla cornetta, orecchio teso al trillo. Tempi i cui comunicavi infilando piccoli dischi numerati a punzone color rame, in feritoie sagomate di telefoni pubblici. Attendevi il sentire lo scatto dell’apparecchio ingoiarsi il gettone con un click. Questo arrivava un istante prima che la persona all’altro capo riuscisse, ricevitore all’orecchio, a dire il fatidico “pronto”. Tu sapevi un secondo prima che avrebbe risposto. Penso al valore di un secondo dentro giovani impazienze. Era già prenotata da giorni una stanzetta per due notti. Speravo almeno fosse confortevole. Mi ero affidato completamente alle poche parole che l’affittacamere aveva pronunciato - Stia tranquillo è piccola ma pulita - Pensavo altro veramente, ma preferivo ingoiare il desiderio del momento; troppo intenso perché lo lasciassi andare dalla ragione. Scesi dal treno con valigia fatta per quel bisogno. Preoccupato per la camera andai subito li. La mente voleva già un pezzetto di sogno e immaginando ciò che non sapevo, inghiottivo saliva. Oltrepassai un portale rustico e la sua cancellata che ricordava ville d’altri tempi. Rimasi stupito vedendo la pensione in cima alla scalinata di pietra grezza, tappezzata da ciuffi d’erba che crescevano forti dalle fessure. Le sponde, anch’esse di pietra, avevano ad ornamento vasi a fiori fino in cima. Il ciottolato separava dall’entrata di legno a vetri un po’ dimessa. Un casamento chiaro a due piani avvolto da rampicanti quasi alle finestre. Un leggero strato di muschio umido ricopriva a perimetro parte delle fondamenta. Entrai, una signora gentile accolse anche la valigia con un - prego! -. Poche parole, qualche frase abbozzata poi, salimmo al primo piano. Era una piccola stanza rammento, con un solo letto ad una piazza e doppi guanciali, armadio a due ante, mensola vicino al letto, la sedia d’angolo con appoggiati un paio di asciugamani ed un lavabo per piccole necessità notturne. L’unica finestra dava sul mare con il suo porticciolo. Alte fronde ne intralciavano un po’ la vista. La toilette era al piano in comune con altre camere. - Chi se ne frega pensai - non ero certo li a passare tempo al bagno! Sistemai di fretta le poche cose. Scesi le scale, poi prima di uscire, ritirai anche la chiave della cancellata. Nessun orario da osservare quindi. Questo avrebbe dato più agio al mio tempo. La scalinata, la sua pietra, ciuffi d’erba nelle fessure, poi la strada fino ai portici. Aria di mare saliva dalle vie. Una cabina SIP infuocata al sole di mezzodì attendeva in piazzetta, gettoni, parole ed un click. Finalmente! La sua voce aveva allegria nel tono. – Sono felice che tu sia qui – disse. Qualche sospiro e poi solo certezza che l’intento fosse ancora quello. Non ci saremmo incontrati fino a che l’orizzonte non avesse inghiottito il sole, sputando stelle nella sera. Aveva compito da svolgere lei: Lavorava! Avrebbe dato ripetizioni alla piccola nonostante il gran caldo di quel sabato affacciato sul mare e sui nostri bisogni inesplorati. Mangiai frugalmente per non disperdere risorse contate. Tornai nella mia stanza. Poi nella toilette in comune con altre stanze, diedi decoro alla mia sera. Attesi paziente che il giorno girasse l’angolo del mondo. Tornai sotto i portici ora freschi ed affollati, mentre un cielo di stelle al loro posto fu compagno di attesa. Lei arrivò vestita d’azzurro anche negli occhi, sbracciata ed abbronzata con sandali ai piedi ed un maglione bianco leggero sulle spalle. Per mano la bimba e di fianco un uomo adulto che non conoscevo. Un po’ turbato dalla presenza, avvertivo imbarazzo che non intuivo. Un grande sorriso di lei fu carezza gentile, pace nella mente. Era il padre della bimba. Disse soltanto che avremmo dovuto trovarci di nuovo sotto quei portici prima di mezzanotte. Sorrise appena, forse invidioso di quello che eravamo. Si incamminò per mano alla figlia, lasciandoci increduli e soli. Un bacio morbido dentro un abbraccio, ci rese il presente. Non avevamo né gelati da leccare né passi senza meta da percorrere. Esistevamo, presi a morsi dai nostri sedici anni. Sentirli bussare dentro, prendersi gioco di noi, confonderci. Di nuovo il portale rustico, poi la cancellata ancora aperta. La scalinata, la sua pietra, ciuffi d’erba nelle fessure, noi. Mille lucciole apparvero a dare magia all’istante. La volta celeste brillava di gemme lucenti. Guardai i suoi sandali salire fino alla stanza. La finestra filtrava luce adeguata. In piedi stringevamo i petti uno contro l’altra, mentre respiri forti placavano vergogne. Era quell’intento anche per me, la mia prima volta d’amore. Con amici più adulti avevo già imparato in strada la meccanica di un piacere qualche volta. Dare pace alle pulsioni, abituarsi un poco agli istinti. Morbido e caldo il suo corpo nudo. Stretti, distesi, ingenui. Non incontrai i suoi occhi nell’attimo di quel piccolo dolore. Eravamo dentro noi stessi anche nel cuore. Strinsi le sue mani, i suoi fianchi nel calore che salì in respiri convulsi fino al silenzio. Poi un tempo doppio passò a tenere carezze. Lasciò un’ombra di vino tinto sulle lenzuola. Una voglia rossa, segno di promessa d’amore che nulla avrebbe sporcato. La scalinata, la sua pietra, ciuffi d’erba nelle fessure, i suoi sandali, il portale rustico, la cancellata e noi. Eravamo tornati tra la gente. Rincasavano turisti chiassosi con facce arrostite al sole del giorno. Il padre e la bimba, spuntarono in fondo ai portici. Lei assonnata, lui con lo stesso sorriso con cui ci aveva lasciati soli ore prima. Si allontanarono un poco. Noi ci baciammo forte. - E’ stato con te e sono felice - disse. La guardai andare via per mano alla bimba e con il padre. Nella fresca notte da piccolo uomo, tornai in quel letto con doppi guanciali che odorava di un gesto per sempre. Ancora non sapevo se potesse avere un peso di presente il ricordo. Soltanto per dolore lo conoscevo un peso. Oggi penso a quel piccolo segno rosso, a come un tempo lontano quel lenzuolo macchiato spesso da un dovere, venisse esposto a sventolare. Non atto di amore garbato, solo grezza abitudine. Prova tangibile che fosse verginità perduta. Ci manchiamo da infiniti anni noi, ognuno inconsapevole del percorso altrui. Vedo cose restare forma immutata nel tempo, come un lenzuolo steso a sventolare in memorie del cuore. Lei fu la mia prima volta d’amore ed io per lei.
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