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 Sono a piombo le pareti

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Sono a piombo le pareti   3/10/2008, 18:27


Non è grande, anche se il concetto risulta variabile all’esigenza. Io la trovo accogliente, funzionale al mio essere anche pantofola. C’è luce buona, invitata, che non mortifica mai gli occhi. La piccola anticamera in cui sosta da sempre una ribaltina primi novecento con specchiera a nodi, in cui il vetro segnato risente del tempo, ma in grado di riflettere con perfezione assoluta un viso mutato dai giorni. C‘è una bella cucina che apre ai profumi di quel che l’ingegno mi suggerisce; ricerca di sapori offerti al palato quotidiano, abbondantemente misurata per poterci passare del tempo in compagnia. Una stanza segue a rettangolo, ampia e ben arredata. Divano e poltrona formano geometria; avamposto di chiacchiere raccolte. L’ottone lavorato di una lampada, sorregge la sua luce. Persone simili nel gesto si ascoltano lì, dando al tempo un lume più morbido delle stagioni. Qualche arredo acquistato per gusto, serve più a nascondere muri che a dare bisogno. Un tavolo allungabile è protagonista di anime raccolte nel calore di un pasto, sedute nel gesto più antico del mondo. Commensali di un rito che nutre scaldando i freddi di dentro. Si cammina qualche passo ancora prima di vedere ciò che mi permette di espletare funzioni ancestrali; altro è servire decoro a me stesso. Per molti è la stanza più intima, assoluta. Toilette! Questo è il suo nome più leggero e accettato. Siamo già oltre, fuori dal luogo riposo del consumato “talamo”; espressione comune racchiude realtà opposte in mille tragitti. L’armadio tappezza una parete intera, raccogliendo come un despota severo i miei umori appesi a quello che indosso, mossi nei colori e nelle fogge che il talento mi sussurra. Due comodini gemelli nella forma, anch’essi posti temporalmente tra due guerre, accolgono monili e i segna tempo nel caos perfetto del mio ordine. Un tappeto persiano a ricordarmi che il lavoro è arte, mentre assonnato scendo dal letto rigorosamente a doghe, strappate a un faggio ignaro della sorte. L’ultima, ma soltanto a planimetria, ecco il regno! Il mio studio. Ho quel tanto che basta per poterlo nominare così. Luogo in cui ritrovo me stesso, quasi un ventre materno. Caldo, intimo, familiare, nel senso possessivo del termine. Sul pavimento poggiano gambe di legno su cui al di sopra, siedo e scrivo. Ci sono una quantità di libri appoggiati - molti di taglio - sufficiente ad accoglierne altri. Sono usati molti, vissuti da qualcun altro, ma ora miei…per sempre. Non bisognerebbe vendere i propri libri dico! Separarsi da quello che hanno condiviso con noi. Sulle loro pagine abbiamo impresso a dieci dita il nostro essere. Dieci come i comandamenti - sudari persi nella polvere dell’indifferenza -. Pagine appoggiate in qualche luogo, in qualche treno, su qualche volto o in qualche letto. Vita insomma! Venderli, separandosi da pezzi di esistenza che è nostra. Il paradosso forse è l’errore. Non avrei potuto possederne molti di loro se qualcuno non li avesse “liberati” dal vincolo di appartenere. Ho scoperto che gli anni hanno dato un volto, non più copertine ma storie, luoghi, momenti, transiti. Non c’è altro d’interesse sul luogo descritto, nulla che valga una pena da scriverci accanto, se non che questa è da sempre la mia casa…quella che ancora non ho!
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