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 Quella pentola...miracolosa

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Quella pentola...miracolosa   3/10/2008, 18:37


Mi è sempre piaciuto il mercato. Ricordi lontani, ma tra i più forti che la mente presenti ancora intatti. Sono colori e voci di un tempo lasciato a colpire oggi memorie. Stiamo a zonzo Giorgia ed io, in questa Pasquetta calda e ventilata, a spasso tra bancarelle tutte uguali di una fiera di passaggio. Un venditore cattura attenzione con il suo microfonino da “Touch show” . Cucina per sfoggio intanto, piazzando ai molti interessati pentole antitutto. Un appiglio improvviso tutto ciò e la mente scivola all’indietro. Avevo l’età dei primi anni doppi dalla mia. Poche domande a cui dare risposte. Vivevo ingenuo negli occhi una vita nutrita a semplici cose. Il dolore duro per la perdita di un padre, aveva già dato indizio anni prima di come svoltasse stretta per me la strada. La scuola, mai amata fino in fondo, era spesso dovere scomodo per una mente poco incline alle nozioni, agli obblighi. Un piccolo banco con scanso per penna e righello, aveva ancora un portacalamaio abbandonato nell’uso. Puntavo al cielo lo sguardo in classe, sedevo malinconico su quel seggio; un davanzale sulle nuvole e sui miei giovani pensieri. Forse serviva anche quello per allontanare tristezze feroci di una mancanza. Sentivo d’essere a parte da ciò che mi circondava. Un senso che avvertivo sempre ripiegato in me stesso, quasi uno scudo tutelare alle mie fragili stagioni. Del mercato dicevo, molto spesso lo attraversavo, zainetto militare a tracolla, tornando dalla noia della scuola che poco mi arricchiva. Erano bancarelle semplici, più genuine in quel tempo. L’immancabile omino scuro bruciato dal sole di un lavoro duro, con la sua cesta intrecciata piena di boccettine di profumo in vetro zigrinato. Una nenia ripetuta all’infinito ad esaltarne i pregi. Ricordo quelle poche parole scandite lentamente : - La lavanda del col di Nava signore - . Una capretta pezzata legata alla cesta, dava quel non so che di vera ruspanza. Un sigillo a conferma che da quel colle ci veniva davvero. La fragranza era di quelle toste, non adatta al raffinato stile. Una goccia liberata avrebbe inondato strade intere. Era “semplice” quel profumo, odorava di cose comuni, di vita quotidiana, di fiori di colle, di pratiche massaie. C’era poi quel motocarro verde scuro, che aveva dentro al rimorchietto scoperto il paradiso per ogni casalinga. Stipati, come acciughe in quei tondi barattoli di latta della bancarella accanto, infiniti prodotti pronti a soddisfare ogni esigenza di pulizia della casa, davano ampio sfoggio di loro. Scope, scopette, spolverini di piuma e bastoni in legno per spazzoloni, erano infilzati come lunghe lance tra detersivi, saponi, spugne e spugnette d’ogni colore e forma. Poco più in là, un piccolo cartoccio di carta oleata arrotolato come un generoso bussolotto da cerbottana, dava gusto e un piccolo piacere. Qualche oliva acquistata con poche lire da quel banchetto che sapeva di sale e spezie. Un nocciolo liberato minuziosamente dalla polpa salata, succhiato fino a rendergli il suo ruvido, accompagnava i miei passi fino a casa. Un alloggio popolare assegnatoci da poco di cui mamma andava fiera. Fu traguardo importante per lei quello. Il poter vivere sola con i suoi figli, la ripagava di qualcosa almeno. Abitavamo una porzione in casa di zia prima. Un tempo duro per lei quello, uno dei tanti vissuti lo so! Contava già quattro anni la sua vedovanza. Un respiro uguale anche per noi da figli orfani di padre. Capitavano certi periodi adatti, in cui potevamo andarci anche con mamma qualche volta al mercato Daniela ed io. Era un tempo più morbido e le bancarelle si osservavano tutte. Anche in quel periodo l’imbonitore di turno vendeva le sue pentole. Senza microfonino, facendo delle corde vocali e di frasi ripetute sempre uguali, un lontano richiamo difficile da ignorare. Così anche mia madre fu una dei suoi spettatori più attenti. Cucinava cose semplici, genuine, pescando alimenti vari dal banchetto come da una cambusa improvvisata, esaltando la bontà della cottura di quelle pentole miracolose. A mia madre ho sempre invidiato praticità e fierezza, forse dovuta al fatto che il suo vivere fosse stato quasi sempre in salita. Così acquistò quella pignatta. Poi uno sguardo da fiera mondina, quasi un “imprinting” per lei, domandò al venditore cosa ne facesse del cibo cucinato. Forse anche lui da uomo in strada, capì un bisogno. Si accordarono per poche lire, tanto per dare dignità al gesto. Un senso d’elemosina avrebbe offeso entrambi. Fu così altre volte; un cartoccio di cose buone ricevuto per coraggio, barattato in cambio di qualche elogio al cuoco venditore e alle sue pentole maestre di cottura. Mi vergognavo da ragazzo di quel chiedere io. Anche oggi mi vergogno, ma d’avere provato vergogna di quel chiedere. Di come non avessi al tempo compreso quanto costasse a mia madre quel fottuto bisogno. Quanto in lei fosse aspro il conflitto tra orgoglio ed esigenza.Ora il presente riaffiora lentamente, così le voci ed i colori di ciò che mi circonda. Guardo la gente acquistare pentole per noia o per bisogno fine a se stesso. A nessuno riconosco però quello sguardo così fiero. Negli occhi azzurri quasi grigi di mia madre, c’era un mondo duro, dedizione e una scommessa solitaria vinta. Il permettere a noi di crescere nella dignità di un gesto offerto per amore e per sempre. Stringo la mano a Giorgia che si fa stampella adesso e m’incammino, lasciando lì tracce di cuore e un denso ricordo come leggera preghiera per lei.
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