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 Uno di quattro

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InPuntadiPenna

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MessaggioTitolo: Uno di quattro   3/10/2008, 18:48


Ero ossuto da bambino, timido, minuto. Occhi grandi avevo, furbi, sognatori. Da sempre compagno di viaggio per me quello sguardo un po’ distante, immerso già ieri nei miei pensieri tristi e non solo in verità. Perfino le orecchie sembravano abbondanti di forma al tempo. Un po’ a sventola, come mi si diceva per scherno allora. Ci soffrivo il giusto…forse un po’ di più per quel rimarcare continuo un difetto apparentemente sciocco. Si sa, i bambini sanno essere terribilmente crudi nel loro prevaricare, ripetendo a cantilena uno scherzo. Facevo la seconda elementare negli anni sessanta. Mi bastava attraversare una strada grande che andava in su e in giù per raggiungerla. Ricordo il marciapiede: largo, un po’ sconnesso, in cui radici di grossi alberi spuntavano dalla terra rotta. C’era un piccolo vialetto poi, di asfalto grosso, che mi portava davanti al cancello d’entrata. Precedevano due curve sinuose con giardinetti ai lati. L’erba era quasi sempre alta, non curata. A piccole macchie sparse, spuntavano dal manto irregolare soffioni e denti di leone. Li osservavo tutte le mattine, prima che la “prigione” di un insegnamento, mi rapisse un’altra volta. Lasciavo sempre malvolentieri la mano sicura di mia madre. Quella di mio padre, che già mi mancava da tempo, l’avrei persa di lì a poco e per sempre. Percorrevo pochi passi oltre quel cancello, voltando lo sguardo smarrito verso un sorriso buono che dava coraggio. Ha sempre avuto un gran sorriso mia madre, al di là di tutti i dolori che le uccidevano la vita, nonostante tutto. Sparivo poi, come dicevo, prigioniero triste di una mattina intera ed un po’ del pomeriggio in quella struttura. Quasi una seconda casa per me, visto il tempo lungo che ci trascorrevo. Anche quella in prestito però, come quella di zia. Abitavamo solo una porzione di casa, ma non era nostra. Mamma pagava un affitto bonario alla sorella. E’ sempre stata una donna orgogliosa mia madre, anche nel bisogno sentiva un senso di dignità. Quella pigione riconosciuta, anche se vantaggiosa, rappresentava comunque un traguardo, una soddisfazione per lei. Anni avanti poi, saremmo andati a vivere da soli. Rimanemmo in tre: io, mamma e Daniela, mia sorella. Papà si arrese alla malattia qualche anno prima, finendo così di soffrire senza uno scopo. Mia madre non l’ha mai detto, ma io lo so che avrebbe dato qualcosa di sé per vederci tutti insieme a tavola nella nostra casa. La vita l’aveva privata da sempre a ondate cattive. Ebbe il tifo in gioventù, poi un lavoro duro proseguito molti anni. Un marito già gravemente malato, morto giovane, poco prima di compiere quarantasei anni. In seguito arrivò persino un cancro al seno fortunatamente sconfitto. L’ultima privazione ricevuta in tarda età, fu una graduale ma inesorabile perdita della vista, arrivata anche lei ad allontanarla completamente dal mondo delle sue piccole cose quotidiane, poi, in seguito, dalla vita stessa. Di quella prima scuola dicevo, ricordo con affetto profondo Il mio caro maestro. Un uomo alto, buono e paziente, con la voce grossa un po’ roca. Fu insegnamento non solo scolastico per la mia piccola vita. Nel giorno in cui persi mio padre, lui venne per me. Lungo quel viale triste, con alti cipressi ai lati, mi accompagnò in silenzio stringendomi la mano. Teneva il capo chino, sembrava si guardasse le scarpe. No! Credo non volesse incrociare il mio sguardo smarrito per non cedere alla commozione di quel momento spaventoso, in cui un dolore forte, sordo, incomprensibile, non si poteva raccontare a parole. Di quel periodo maledetto ricordo un episodio orribile, accaduto qualche tempo dopo all’uscita di scuola. Tutti i ragazzi, a piccoli gruppi, correvano fuori attraversando il cancello basso di ferro, come cavallette impazzite tornate improvvisamente libere di volare. Io me ne stavo un po’ in disparte, assorto come sempre in qualche inquietudine passeggera. Si avvicinarono a me quattro bulletti di un’altra classe con la quale non andavo troppo d’accordo; roba di campetti di calcio, piccole dispute territoriali. Uno mi disse, con la crudeltà di chi non possedeva ancora una coscienza formata, che mi stava proprio bene che mio padre fosse morto. Quella frase così spietata detta senza pietà, suonò come un’inconcepibile vendetta dovuta al gruppo per quelle sciocche incomprensioni da bambini. In verità e per fortuna mia, mi sono sentito poche altre volte così belva ferita nella vita. Il dolore per quelle parole malvagie, mi lasciò abbandonato all’istinto brutale, preda della ferocia senza alcun pensiero né raziocinio alcuno. Così lo picchiai selvaggiamente a calci e pugni. Mi dovettero strappare con forza dal suo corpo spaventato e malconcio. Il mio viso, stravolto dalla rabbia, gridava come un pazzo la disperazione per quel grave ma inutile insulto. Poi, qualche genitore dovette intervenire ed il ricordo si fa confuso ora. Mi spaventa solo un po’ oggi scrivere di questo, ma è trascorso incredibilmente quasi mezzo secolo da quell’accaduto. Chissà se anche quel vecchio bambino avrà serbato un ricordo così vivido di ciò che accadde. Di lui non rammento più nulla, né il viso, né il nome. Soltanto le sue infami parole sputate dalla bocca, quelle le ricordo sempre come ferita aperta. Addosso però ora, permane unicamente una sensazione vuota di quel periodo buio, infinitamente triste. Di quei pochi anni bisognosi, privati per sempre di un padre, resta memoria di occhi miei disperati e di quel gesto fiero. Unico segno concreto di un passato contrario, smarrito nel tempo di chi come me, ha vissuto bambino un dolore così grande, consapevolmente eterno.
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