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 QUATTROCENTOVENTUNOVOLTE

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: QUATTROCENTOVENTUNOVOLTE   3/10/2008, 21:17

QUATTROCENTOVENTUNOVOLTE



Il sogno ritornò poco prima che piovesse. L'uomo non sentì il rumore della pioggia. Il sogno lo dominava. Si agitava inquieto tra le lenzuola, mentre l’ombra lo guardava nel letto sudato.
Un gesto. La lama brillò. Un rantolo sordo coprì la voce della pioggia che batteva sui vetri.
E tutto finì.


***



- Ti sei lavata?
- Sì babbo.
- Anche dietro le orecchie?
- Sì babbo.
- E anche dietro il collo?
- Sì babbo.
- E anche in mezzo alle gambe?


Occhi bassi, spalle al muro; Claire guardava suo padre con la testa piegata. Ogni volta la stessa cosa; poi si avviava verso il lettone, labbra serrate e occhi stretti come fessure.
Cominciava così il suo venerdì sera: tra un mugolio e la testa che ciondolava come tenesse il tempo.
Claire si chiudeva in un mondo tutto suo, quando suo padre si rivolgeva a lei con quelle parole.
La testa si riempiva di musica, sulle labbra neanche una parola, e la nenia che saliva nell’aria; ne conosceva a centinaia: una per ogni volta che il gioco era cominciato. Il suo viaggio nell’altrove cominciava così. Ciò che accadeva dopo non contava. Non rimaneva altro che il ritmo di una canzone, di cui conosceva ogni parola senza poterla pronunciare. In quel mondo non faceva entrare nessuno. E quando quel mugolio saliva, la mente si riempiva di parole e lei andava altrove.

In quella casa in fondo al paese, ci viveva da quando era nata; la musica era la compagnia, il rifugio.
Indossava sempre vestiti lunghi per casa; cercava di nascondere un corpo che l’ossessionava.
Troppo sfacciato pensava; troppo invadente, si lamentava. Claire era donna nel corpo ma bambina nell’anima.
Per quel naso sottile e quel cesto di riccioli neri, somigliava a sua madre; lo stesso viso, gli stessi lineamenti, lo stesso sguardo e quel pallore, così in contrasto con i capelli neri corvini.

Alberto, suo padre, lo chiamavano il ragioniere; non era socievole, non aveva amici, e non aveva neanche più una moglie. Conviveva con qualche tic e una vita da orologiaio che ha smarrito il tempo. Ogni pezzo un incastro, ogni vite un bullone; ogni cosa una collocazione, sempre la stessa, invariabilmente quella. Amava sua moglie e quel suo volto pallido che era diventato un’ossessione.
Ogni domenica in chiesa, cantava nel coro, faceva elemosine generose; e da dieci anni, tutti i venerdì sera, alla stessa ora, gli stessi gesti, le stesse parole.

Poi c’era Emma; una cagnetta zoppa che viveva con loro. Piccola buffa e pelosa. Tutti i venerdì sera, abbaiava e si dimenava felice, ma quando il gioco cominciava, si accucciava sotto il letto e fino a quando Claire non smetteva di mugolare, non usciva.

- Sei bugiarda Claire.
- Sì babbo.
- E non fare in quel modo con la testa, capito? E non mugolare, lavati e torna subito.
- Sì babbo.

Claire parlava pochissimo anche a scuola, aveva un’insegnante apposta per lei.
Puntuale, mai assente, diligente, ma nonostante l’età, Claire faceva ancora le medie.
Zainetto in spalla e bicicletta sotto il sedere volava giù per la discesa ogni mattina, fino all’edificio con la scritta nera in cima.
Scriveva, male, leggeva peggio, ma con i numeri se la cavava. Sapeva contare senza sbagliare fino a quattrocentoventuno. Lo stesso numero di volte che aveva fatto quel gioco con suo padre.

Quando era nervosa accennava un motivetto; il venerdì sera, quando suo padre la controllava, mugolava forte e smetteva solo quando il gioco finiva.

- Finiscila di mugolare, hai sentito? E spogliati.
- Sì babbo.
- Spogliati piano. Vuoi prendere freddo?
- Sì babbo.
- Sei una sciocca: prima il golfino …
- Sì babbo.
- Adesso camicetta e reggiseno. Non vedi? Sei sporca, qui, e qui.

Poi era accaduto.
Un compagno a scuola, aveva provato a fare lo stesso gioco che il babbo faceva con lei.
Ma lei non aveva voluto.
Giuseppe, così si chiamava, era diverso: le sorrideva e l’ascoltava. Si sedeva nel prato accanto a lei a indovinare canzoni che Claire canticchiava per lui.

Poi un giorno Beppe l’aveva baciata.
Claire ricordava le sue labbra che bruciavano, il tremore alle gambe, il buco nella pancia. Ci pensava di continuo, finché suo padre non la chiuse in casa e non la fece più uscire.



***


Quella sera aveva iniziato a piovere; una pioggerellina fitta, insistente, batteva noiosa sui vetri da ore. Claire odiava quel rumore, e odiava il venerdì sera.
Lo specchio dell’armadio le restituì la sua immagine; indossava il vestito di sua madre, i suoi tacchi a spillo, la biancheria di pizzo che piaceva a suo padre. Si guardò, piegò la testa da un lato, e si accarezzò la pancia cominciando a mugolare.
Pettinata e lavata si mise seduta sul bordo del letto ad aspettare. Faceva così, quando il gioco cominciava.

Per allontanare i brutti pensieri cercò nella testa le parole della canzone che mugolava. La sua preferita, quella che l’insegnante amava di più. Aveva scritto il titolo su un foglio per lei, perché imparasse le parole; erano in inglese, almeno così aveva detto lei, ma che differenza poteva fare per Claire?

Prese il foglietto e lesse sottovoce. Erano parole strane, complicate, eppure della canzone conosceva ogni parola, le era entrata in testa da quando la canticchiava. Il titolo sul foglio lo aveva imparato, ma le labbra si rifiutavano di collaborare. Il motivo salì lieve nell’aria in un mugolio che riempì la stanza. Stava sul bordo del letto fissando il vuoto come fosse altrove.

Il pensiero tornò a Beppe, al languore provato, alla sua mano che le sfiorava le cosce. Ricordò che era arrossita, che lui l’aveva guardata con la sua faccia buffa e le aveva sorriso.
E poi aveva detto:

- Vuoi essere mia?

Lei non aveva capito, ma aveva sorriso e annuito.

Un rumore la riportò sul bordo del letto. Un’imposta spinta dal vento sbatteva. Si alzò e la chiuse; l’odore di terra bagnata le entrò nelle narici e tirò su col naso. L’odore lo conosceva bene: lo stesso di quella volta sul prato quando pioveva, con Beppe.
Barcollò al ricordo; chiuse gli occhi e piegò la testa di lato, fece un respiro profondo e si avviò in cucina. C’era odore di piatti da lavare, di unto e sugo, e il coltellaccio era nell’acquaio; lo afferrò, lo guardò e lo fece brillare in controluce: era pulito.

Una fitta la piegò in due. Si toccò la pancia e lo sentì scalciare.
Sorrise.
Era accaduto di nuovo.
Questa volta non gli avrebbe permesso di fargli male. Si sfiorò la pancia con le dita, felice ma impaurita e cercò nel coltellaccio la forza che le serviva. Strinse il coltello finché le nocche non diventarono bianche, solo il dolore le fece diminuire la presa.

Filtrava luce dalla finestra che apriva un varco nella stanza buia; seguì la scia fino al letto di suo padre, si appoggiò alla spalliera, strinse le labbra e vacillò. Quando lui fece un respiro più profondo e la luna illuminò la sua gola gonfia e nuda, la lama scintillò nel buio senza che la potesse fermare.

Ci volle un secondo per tagliargli la gola.
E quattrocentoventuno coltellate perché smettesse di muoversi per sempre.

Appena Claire smise di mugolare Emma sbucò da sotto il letto trotterellando su tre zampe accanto a lei. Lei chiuse la porta e uscì in giardino, la cagnetta pelosa le ansimava dietro.

Le parole le uscirono dalle labbra da sole:

- All by myself , - disse.

Guardò fuori; aveva smesso di piovere.



http://inpuntadipenna.org/archivio-laboratori-di-prosa-f38/settimo-round-quattrocentoventuno-volte-t2827.htm

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