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 RITORNO

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: RITORNO   4/10/2008, 15:31

* testo revisionato

Pensai che fosse troppo tardi per rincasare e che chiamare casa l’albergo fosse il segno di distanza aspettato da tempo; Belluno era ormai solo nostalgia e non più strade dove cercare vanamente di riportare indietro il tempo. Del resto, non mi erano mai dispiaciuti gli alberghi, le pensioni, i letti provvisori; in un minuto possono diventare patria e anche il cielo nemico o ignoto può donare le stelle. Ma poi scatta sempre il bisogno di fuggire. Si può abitare per anni in un luogo e desiderare in ogni momento di andare via, come se si ascoltasse in ogni istante il fischio del capostazione annunciare la partenza. Si può, giorno dopo giorno, vivere le stanze come sale di aspetto di una stazione che stai per lasciare. Così la casa si fa radice robusta, come fune che ti tiene saldo per poterti scagliare più lontano. Dopo tante partenze e ritorni ero diventato una corona di radici, e ogni radice era una spina. Un’esistenza come una corsa, a volte veloce, a volte lentissima, da una grotta ad un’altra grotta, dopo aver bevuto tutte le sfumature della luce e ascoltato i mille suoni delle strade.

Deserta, la fresca notte d’agosto di Belluno mi avvolgeva e mi inseguiva sotto i portici di Piazza dei Martiri; negozi illuminati sull’assenza di vita; tavolini a riflettere la luna e sedie accatastate; sotto i lampioni, le ombre dei partigiani impiccati. Venti anni dopo essermi presentato al freddo bellunese, poco protetto dal velo tiepido della Puglia adriatica, non dimenticavo ancora la pietas suscitatami da una vecchia foto degli impiccati. Non riuscirò mai a misurare il tempo e lo spazio di questa piazza senza scorgere quelle ombre, anche durante una notte di estate, una notte d’estate tranquilla, senza sbreghi d’unghia su me stesso. Per me le piazze sono sempre state ventri trasparenti navigati dai vivi e dai morti, radure di pietra dove nessuna voce smette di farsi ascoltare. Cinque anni a Belluno da ricordare, tutti insieme e anche lentissimi, volto dopo volto, neve dopo neve, tramonto dopo tramonto, interpretati guardando l’acqua del Piave sopravvissuta alle centrali elettriche.

Portai i miei passi per via Mezzaterra, consegnandoli a tutte le sconnessioni dell’acciottolato e ascoltandoli uno dopo l’altro. I miei occhi scrostavano via i restauri per rivedere i vecchi muri e il tempo accumulato sopra i portoni. Finalmente, la casa di Marcella, grondante di legno e di umidità, con le scale che inseguivano le scale, con le stanze che inseguivano a circolo le altre stanze, con le piccole finestre feritoie, con i vecchi mobili sopravvissuti ai tanti pietosi e distratti traslochi. In quella casa non avevo conosciuto realtà, ma solo schegge forti di esistenza; felice o disperato, come gli occhi della compagna.

Marcella ora è altrove. Come lo era stata quasi sempre, prima di nascondersi sotto la neve.



http://www.inpuntadipenna.org/in-punta-di-prosa-f1/belluno-ritorno-t1226.htm

http://www.inpuntadipenna.org/in-punta-di-prosa-f1/ritorno-t3752.htm
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