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 LA MALINCONIA DELL'OMBRA

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: LA MALINCONIA DELL'OMBRA   4/10/2008, 15:45

* testo revisionato

Io lo seguivo a qualche passo di distanza e, per osservarne almeno il profilo, cercavo di non ripetere le sue orme, tenendomi di fianco. Si era incamminato senza avvertirmi o, forse, io mi ero mosso prima e poi mi aveva superato. Non ricordo.
Mi ha sorpreso: questo è sicuro. Come un colpo inaspettato, come una parola che si separa dalle altre e ti frusta gli occhi. Non ho deciso di stargli dietro. Semplicemente non sono stato in grado di restare fermo. Mi ha preso e portato via. Sono riuscito soltanto a mantenermi a distanza di sicurezza durante il giorno. Ma di notte spesso non ho potuto evitare di raggiungerlo o, forse, mi ha aspettato. Prima di sottrarmi alla morsa delle sue braccia, tante volte ho temuto di spezzarmi. Mi son liberato sempre un momento prima di guardargli il volto e dimenticare il mio.

Raccontavo che lo seguivo in direzione obliqua, per quanto mi consentissero le strade e gli incroci della città. Era inverno, ma il pomeriggio di febbraio rubava già molta luce alla sera. Il crepuscolo mi aiutava a scortarlo con discrezione, nonostante la fatica dei suoi cambi di ritmo. Correva e rallentava. A volte si fermava. Immobile, sembrava fiutare la rotta giusta. Ripartiva strappandosi dal suolo. Di scatto, come se il tempo fosse prossimo a scadere e fosse urgente giungere alla meta. Allora o mai più.
Infine, le falcate assunsero una cadenza militare e cessarono quando apparve Sophia.
Sophia lo aspettava -- o ci aspettava ? -- vicino al portone di casa mia. Dopo tanti giri, eravamo tornati al punto di partenza. La prese per mano e salirono. Mi accorsi che mi aveva rubato le chiavi. Aprirono l’appartamento e scivolarono dentro. Come un ladro o un ospite non invitato, entrai anche io, approfittando della porta lasciata volutamente socchiusa. Si accorsero di me, ma mi ignorarono. Erano nella stanza dei libri. Le pareti nascoste dalle librerie; le librerie piene di parole. Erano venuti a portare il morso, il graffio, il sudore, lo spasmo, il caos e il silenzio della sazietà.

Sophia aveva iniziato a sorridermi una mattina di agosto, con settembre già sull’uscio. O era già settembre. Non ricordo. Non posso dire di conoscere bene Sophia. Anche ora che l’osservo ancorata con le mani alle pesante scrivania, con le lunghe gambe sollevate sulle spalle del mio amico (a dire il vero non so se lui sia davvero un mio amico, ma per il momento non sono in grado di escluderlo), aperta dai suoi colpi… anche ora, non saprei dire niente altro che ha mani sulle quali il segno del tempo è bellezza. Per certo, ride di tutto ciò che non merita davvero le lacrime di un dolore.
Posso aggiungere che mi piacerebbe un lungo viaggio in treno con lei. Seduti di fronte a sorriderci o affiancati a rubarci il calore. Parlerebbe di poesia. Direbbe che le poesie sono un sospiro, un perdere e riprendere fiato, una smanceria bella. Diverrebbe legno per volermi fuoco. Davvero non sono in grado di dirvi altro. Anche ora che la sento lamentarsi per il piacere di essere gazzella tenuta ferma da braccia robuste e di essere inchiodata sempre con più forza dal mio amico. Anche ora che la vedo inarcare la schiena in attesa di accogliere e trattenere il rantolo slabbrato sul suo collo color di giglio.
Ho dimenticato di dirvelo: è chiara Sophia, come una verità che vive di vezzosa evidenza, come una frase che cade per terra e continua a risuonare come prima, come un sì che è già un bacio, come una promessa da non mantenere.

Cercai di uscire dalla stanza, ma mi parve di ascoltare un “non andare via” o, più probabilmente, le mie gambe erano bloccate dal peso dei miei occhi. Poi riuscii a rannicchiarmi in un angolo e provai a domare il respiro per leggere la scena, fingendo di stare sognando. Ma ero confuso e non è da scartare l’ipotesi che stessi davvero sognando. Sophia lo stava tenendo in equilibrio sulla lingua. Il mio amico tremava per il pericolo. Mi guardava come se chiedesse aiuto… o ero io a tremare di tristezza per non essere al suo posto? Sophia era diventata una spina con la punta uncinata, una corda nodosa. Ogni striscia di carne dell’amante era lacerata e battuta. Ogni grido si frantumava fra i denti di Sophia. Finalmente, l’uomo riuscì a svincolarsi e raccolse ogni forza in un solo turgore. La vide stesa con tutte le labbra schiuse. Penetrò il silenzio di Sophia fino a coriandolarlo in frammenti di gemiti d’ogni colore.

Vidi Sophia andare via e girarsi per un ultimo ironico sorriso. L’uomo giaceva ancora. Finalmente riconobbi il mio desiderio in quel corpo rovinato sul pavimento, ricoperto da libri caduti dalle mensole.
Fra poco si solleverà e riprenderà il cammino. Non so se mi lascerà decidere di seguirlo o se sarò costretto a restare nella sua ombra.


http://www.inpuntadipenna.org/archivio-laboratori-di-prosa-f38/secondo-round-la-malinconia-dell-ombra-t620.htm

http://www.inpuntadipenna.org/in-punta-di-prosa-f1/la-malinconia-dell-ombra-t1737.htm

http://www.inpuntadipenna.org/in-punta-di-prosa-f1/la-malinconia-dell-ombra-t1499.htm
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