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 INCIPIT

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InPuntadiPenna

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MessaggioTitolo: INCIPIT   4/10/2008, 15:52

* testo revisionato

L’uomo dimostra un aspetto più vecchio dei cinquant’anni che ha compiuto, forse non proprio più vecchio, sarà solo stanco, e magari triste, ma questo potremo saperlo solo quando aprirà gli occhi. Per il momento dorme, o finge di dormire, nella sua giacca di lino abitata incertamente, con le braccia chiuse in un nodo quasi sciolto, nelle mani gli occhiali, la testa reclinata. Nella notte odora l’estate dell’Adriatico e intuisce i corpi già in agonia di gemito sulle spiagge o nelle stanzette di hotel di nessuna costellazione. Il treno passa dal buio al chiarore, a seconda delle luci catturate dal finestrino. I treni gli sono sempre piaciuti e di più le stazioni, porti senza la confusione di mare e cielo. Le ha navigate molto le stazioni, ancorandosi nei letti degli alberghi, dove, dio scomposto, si è assolto nell’arrivopartenza di qualche compagna di viaggio. Ma ora ha l’aspetto di chi ha dimenticato tutto, di chi non conosce gli orari, di chi ritornerà senza mai essere davvero partito. Prima di assentarsi nel silenzio delle palpebre, ha ascoltato gli altri viaggiatori, non raccogliendo nessun invito alla parola, ma li ha osservati con attenzione, riconoscendoli tutti, fino a creare un velo di disagio, a obbligarli a serrare i pensieri. la giovane donna seduta di fronte ha difeso la sua origine del mondo. Ha anche aperto un libro, per poi riporlo subito di lato, come una pistola scarica che si lascia a far bella mostra di sé. Un titolo offerto agli sguardi: “Incipit”.
In realtà, la sua voce è stata ascoltata. Ha risposto ad una telefonata: “Sì. Tutto bene. Siamo in orario. Situazione normale. Ti avverto. Domani alle sette. Ripartirò subito”. Quelle poche parole sono risuonate come i passi di chi cammina, da solo, in un lungo corridoio. Poi ha tolto gli occhiali e ha chiuso gli occhi.

Il nostro uomo sta sgranando un rosario di domande. Perché sono al mondo questi corpi di carne e perplessità? Dove saranno partoriti al mattino? Perché sono con lui in quell’utero di treno? Hanno mai letto un libro? Come fanno l’amore? Chi li sta attendendo? Sanno che le loro cose e i loro gesti li descrivono? Quella signora perché è così rigida? E la solita domanda finale: Dio è compatibile con la loro esistenza? Ovviamente ha dato risposta negativa; per lui sono esistenze perfette e non possono essere rovinate da un Padre senza volto e senza carne.
Il libro che ha provato a leggere è una raccolta di incipit. Ha aperto a caso e ha letto: <<Mio caro papà. Non è molto che mi hai chiesto il perché asserisco di aver paura di Te>>. Ricorda di aver incontrato quelle parole quando era stato ragazzo, in un pomeriggio di fine estate, con la schiena e le gambe rigate dalla sdraio di fili di plastica, sempre più arrendevoli. Pensa che è stata una delle tante, troppe letture precoci e si chiede che cosa gli sarebbe accaduto o cosa avrebbe vissuto di diverso se non avesse preventivamente tatuato i suoi pensieri con quelle letture. Quell’incipit lo ha riportato alla sua stanchezza e prova a dormire, sapendo che non ci riuscirà.
La notte trascorre dondolata dall’Adriatico e, all’alba, punta verso Bologna. Tutti hanno taciuto, sfiorandosi il meno possibile anche nei sogni. Alle prime luci, la donna esce dal compartimento e si ferma nel corridoio. L’uomo dell’incipit resta immobile per tutto il tempo, cercando di schivare anche i respiri. La donna rientra e cominciano le chiacchiere sui minuti di ritardo, sulla scomodità dei viaggi notturni: gli abituali esorcismi linguistici contro lo spavento di scoprirsi gettati in un’altra giornata.
- “Scusi. Le è caduto il libro” -- dice la donna -- “Mi sono permessa di raccoglierlo e di sfogliarlo. Lei dormiva. Non ho voluto svegliarla”.
- “Nessun problema. Mi spiace che il libro non l’abbia portata da nessuna parte. È un libro di partenze senza nessun arrivo”. -- risponde l’uomo, che si era accorto della lettura, ma aveva continuato a tenere gli occhi chiusi.
- “E’ necessario che si giunga da qualche parte?” – continua la donna, con una voce e uno sguardo che la sera precedente l’uomo non le avrebbe attribuito.
- “No. Non è necessario. Infatti, ho il sospetto che Ulisse non sia mai giunto ad Itaca. La versione del testo che ci è giunta è sicuramente apocrifa. Anzi, non ho il sospetto, ma la certezza assoluta: Penelope attende ancora”. Il nostro uomo così risponde, cominciando a prepararsi per l’arrivo in stazione e soffermandosi solo per un istante a guardare l’interlocutrice. Per la precisione, nell’attimo in cui pronunzia la parola “Penelope”.
- “Qual è il suo dolore?” – chiede ancora la donna, quasi sillabando la domanda. Si è alzata ed è davvero bella. L’uomo se ne accorge dal modo in cui gli altri viaggiatori fingono di non guardarla. Quella domanda lo colpisce come un sorriso inaspettato che obbliga a rispondere, a trovare sulle cicatrici delle labbra e nelle fessure degli occhi un residuo di parole, non ancora consumate. Sa cosa deve rispondere.
- “So che il cuore segreto dell’orologio non ha alcun ritmo. E’ per questo che tutti i battiti hanno valore per me. Lei capirà la mia stanchezza… debbo accogliere ogni istante, distinguendo l’uno dall’altro, come una madre che sogna di nutrire figli generati da un altro ventre, come una stazione di passaggio per treni fuori da ogni segnalazione oraria, partiti da luogo ignoto per meta sconosciuta. Qualcuno dice che quei treni vadano verso un luogo molto bello. Ma lei certamente sa che la bellezza è nomade”.
Quella risposta era stata preparata da tempo e fu recitata per far calare il sipario.
L’uomo aiuta la donna a scendere, le regala il libro e sale sul treno in partenza sull’altro binario.


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