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 LA STESSA CARNE

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: LA STESSA CARNE   4/10/2008, 16:11

* testo revisionato

Ricordo quando si piegava su un fianco. Di colpo. Il corpo rigido mi sbatteva sul braccio. Dalla bocca colava bava. Lentamente mi alzavo e lo facevo scivolare sulla mia parte di banco. Gli pulivo la bocca e la tenevo aperta. La madre insegnava in un’altra classe; presto, arrivava e se lo accarezzava via. Cinque anni di scuola elementare e anche altri tre di media, prima di prendere strade diverse. Per Giovanni ero il giusto compagno di banco. Così avevano deciso.

Giovanni smise di salutarmi il giorno dopo gli esami di licenza; io qualche tempo dopo, all’ennesima mancata risposta al mio saluto. Per tanti anni l’ho visto passeggiare in piazza. Solo, spesso riparato nell’ombra dei lecci, col suo passo elegante di articolazione ben oliata. Sempre anni indietro nella montatura degli occhiali, nel taglio dei capelli, negli abiti, come accade a chi non deve dar conto a nessuno e nemmeno allo specchio.

Ebbe presto un impiego: usciere. Al mattino la divisa lo rendeva vivo; per il resto della giornata tornava semplicemente ad esistere. Come le panchine. Come le aiuole. Ma Giovanni pensava. Ho sempre cercato di immaginare il rumore dei suoi pensieri; di immaginarne la forma geometrica, di intuirne temi e sintassi coordinate allo schema dei passi sotto i lecci. Nulla. Non riuscivo ad immaginare nulla e sospettavo una clamorosa pace interiore.

Giovanni aveva una sorella. Ora le tramontano i seni e tutto il corpo cede, ma da bimba, ragazza, giovane e donna ha morso sempre la vita, che le trasudava sfrigolando da ogni poro. Tempo fa, mi è capitato di rovistarla fino al gemito e fino a lacerarmi fra le spine del suo desiderio clandestino. Dopo l’amore, un lungo silenzio; dopo, mentre si rivestiva, le ho chiesto di Giovanni, di cosa pensasse, di che interessi avesse, di quale vita vivesse. Mi ha risposto che aveva sempre ignorato tutto del fratello, ma che sapeva che era stato mio compagno di banco, perché una volta aveva parlato della scuola e di un amico che lo frenava nella caduta. Tutto qui.

Non l’ho più incontrata, se non negli uffici della sua professione, in una banca, col corpo irrigidito nel tailleur che trasforma in manichina carne di maschio anche la donna dal gemito più flessuoso. Camminava come Giovanni, solo con più forza e minore eleganza. Avrei voluto dirle che il fratello le camminava a fianco, ma che non aveva occhi per vederlo.

Giovanni è morto. È morto definitivamente qualche giorno fa. Mi hanno detto che il funerale è stato cadenzato dagli incappucciati di una confraternita. Sotto la stoffa nera, sicuramente, volti di vecchi, di scemi del villaggio, di tonti di fede cristallina, di gente la cui sapienza intuisce che cadaveri e corpi sono la stessa carne e si corteggiano danzando nell’esitazione di un passo, nell’incertezza di un respiro, nella luce o nel dolore di un gemito. Poi tocca alla pietà dei vermi e del ricordo.


http://www.inpuntadipenna.org/in-punta-di-prosa-f1/la-stessa-carne-t453.htm
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