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 ADDA

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: ADDA   4/10/2008, 17:06

I

Lo sa che l’Adda cesserà di essere un nome e diverrà un affluente della sua memoria. Sì è divertito a camminare per ore marcando, uno dopo l’altro, paesini che in questa terra si susseguono senza dar segnale della fine e dell’inizio. I rami del lago di Como e di Lecco lo attendono e hanno già preparato le immagini che porterà con sé. Ma ora è ancora straniero e, per sentirsi a casa, è nomade nel deserto denso di corpi del centro commerciale che, il sabato pomeriggio, raccoglie rivoli di gente alimentati da code di auto provenienti da direzione Bergamo, da direzione Como, da direzione Lecco. La sua faccia ha ancora il disegno e lo sguardo di chi è nuovo del posto; il suo corpo si sente scrutato come quello delle nere dai corpi apodittici, delle musulmane silenziose, delle operaie slave di incerta specializzazione. Cammina e, senza alcun interesse, anatomizza gli scaffali, memorizzando prezzi e merci così come da bambino cercava di trattenere negli occhi le targhe delle automobili ferme, prima di ripartire, all’incrocio dove terminava il suo marciapiede di libertà dalla madre. Fra qualche giorno non gli sarà più concesso l’anonimato, perché molti sguardi lo potranno riconoscere. Il suo è un lavoro che gli darà visibilità. Forse si sposterà in un centro commerciale più lontano. Per ora galleggia ottimamente fra i vari reparti e poi potrebbe esplorare ancora una volta la galleria. Le mani nelle tasche dei pantalonacci che gli piace indossare. È il tipo che si affeziona a un certo paio di scarpe, a una maglietta e li indosserebbe sempre o almeno fino al cambio di stagione. Qualche volta, stabilita l’amicizia con pezzi di abbigliamento, ne compera altri uguali o quasi uguali, per non soffrirne la mancanza per il tempo del lavaggio. Finite le vacanze, avverte come una fatica e una violenza indossare i paramenti di rappresentanza. Con le cravatte gioca di anticipo. Le fa annodare tutte e fino a primavera le indossa e le toglie senza disfarle, con una perizia e una prudenza ormai assolute. Continua a camminare. Gli viene in mente che ha bisogno di una torcia nel caso andasse via la corrente. Pensa che un tempo le torce erano il massimo di tecnologia a cui un ragazzino poteva aspirare e sorride ricordando quante volte aveva sussurrato alla compagna di gemiti che l’avrebbe posseduta con la sua torcia per portare luce negli spasmi della carne. Sarebbe stato bello se la scimmia fosse evoluta verso una forma di luce prepuziale. Sarebbe più semplice trovare la meta e la fellatio potrebbe essere anche abbinata alla pratica ortodontica. Sorride perché questa immagine sarebbe piaciuta al suo amico più caro. L’amico notturno. L’entomologo delle processioni popolari grondanti santini, sudori e carni. Il cultore delle fritture di carne sulle spiagge di agosto. Il mago che nella fantasia boterizza le ossute, farcisce le mai wurstellizzate. Gli manca quell’amico, ma sa che non è molto lontano e che verrà presto a trovarlo. Ha già deciso di farlo ridere cruciferandosi il petto e la fronte e chiamandolo Signore. Il suo amico è devoto del dioassente e teologo del diodisertore. Intanto è solo. Si gira e riprende a camminare in senso inverso. Ha un cestino nel quale la torcia soffre di solitudine fino a quando arrivano a far baccano biscotti, sale, zucchero e altre essenzialità domestiche. Si avvia alle casse, sperando di scegliere quella più lenta; così perderà tempo, potrà spiare le cornucopie in attesa di quantificazione e con poca spesa si sentirà più intelligente delle massaie dai cervelli spottizzati e dai corpi stigmatizzati in improbabili vestitini da puttane catodiche. Se il suo amico fosse con lui, ne imiterebbe il sorriso di pietas donato alle martiri della dieta, della carne pendula, della cellulite incistata, dei seni appena accennati, dei seni slanciati verso l’inguine, delle cosce grassoroiche o insecchite, dei culi fuggiaschi in ogni direzione fuorché quella giusta, delle acconciature a precoce scadenza. Ma il suo amico è assente. Non gli resta che ridere di sé, spiare nelle vetrine il cedimento gravidico del suo ventre di cinquantenne e non trattenere il respiro.

II


Oggi ha avuto una giornata serena. Ha ricevuto un messaggio dal suo amico Crux. Non l’ha letto subito. Ha lacerato la busta, ha riposto il foglio in un cassetto. Le parole di Crux devono riposare e raffreddarsi, prima di disturbarle con la lettura. Quando è arrivata la sera e dopo la malinconia della cena in compagnia dei propri pensieri, sì è incorporato alla poltrona e ha ascoltato Crux:

“Crux insegna teologia a mosche stercorarie provenienti dai vicoli di Calcutta. Le corsiste sono state selezionate fra le più capaci nella difficile arte di distinguere fra escrementi e carne che cessa di essere corpo. Crux propone un corso speciale sull’ultimo istante, sul frammento di tempo che imenizza l’accesso alla realtà senza gemito e senza spasmo. Le mosche imparano a bloccare il volo sulla soglia di quell’attimo e a restare ferme in formazione di picchetto d’onore. Crux è soddisfatto delle sue allieve e alla fine del corso indicherà loro la strada per gli impasti di carne lavorati dai carri armati.”

“Crux conosce le posture di tutti gli uomini e i loro giochi prossemici. Insegna al paralitico l’arte di apparire in cammino, allo spastico l’arte di fingere l’immobilità, al distante l’arte di catturare gli sguardi, al vicino l’arte di guardare da lontano. Crux ricorda ancora la donna a cui donò il passo vulvare e l’uomo capace di seguirla con gemiti di silenzio. La coppia ebbe una figlia dal corpo morbido come piuma, sinuoso come calda sabbia mossa dal vento, resistente e flessibile come giunco. Ma, divenuta ragazza, la figlia si uccise per la disperazione di poter accogliere perfettamente ogni corpo e di poter essere accolta da nessuno.”

“Crux sa che la sintassi del discorso ripete la sintassi del corpo. Crux gioca con le parole come gioca con il corpo. Alla scrittura creativa associa il corpo caotico del gemito. Mille anni fa, quando il suo corpo si concesse la prima ruga, scrisse una poesia componendo le parole con i resti di un pasto militare. Tutti i versi terminavano con la parola pietà disegnata con i cordoni ombelicali non ancora raggiunti dalla misericordia delle iene. Crux usa la scrittura come fosse corpo e non smette di urlare nelle silenziose celle vaginali delle monache di clausura che, insieme al silenzio, anche la parola è organo sessuale.”

Terminata la lettura, si è addormentato, sicuro di poter sognare ogni spigolo, ogni curva, ogni ombra di ogni corpo.

III

Milano-Lecco. Treno da far schifo anche nel Sud di venti anni fa. Valigia e cravatta; entrambe fuori posto. Nonostante la stanchezza non riesce a poggiare le scarpe sul sedile di fronte. È anche vero che si sporcherebbero su quel luridume. Il pomeriggio è anziano e comincia il lungo tramonto di settembre. Si guarda intorno e si ritrova solo fra peruviani, senegalesi e giovani indigeni brianzoli dai nasi borchiati, con i corpi violentati da jeans lacerapalle o liberatrippe femminili. Pensa che la pena di morte sarebbe troppo poco per chi impone quei colori, quei capelli, quegli stracci ai figli rincoglioniti di un nauseabondo proletariato senza classe e sempre più meritevole soltanto di pietà. Un tempo ha chiuso il pugno e letto Marx, ma ora gli fanno senso e pena i professori universitari della sinistra sempre più a sinistra, gli ultimi funzionari di partito senza più partito, gli intellettuali giornalistici dell’onanismo sociologistico, i professori di liceo che ancora credono di avere studenti e non carni fresche sempre più refrattarie ad ogni idea, ad ogni concetto senza immagine, ad ogni vera solidarietà, quella con il vicino di casa e non con il villaggio della lontana Africa. Li metterebbe tutti in quel treno e su e giù, Milano-Lecco, Lecco-Milano, dieci volte al giorno e, a tarda serata, un colpo in testa col terzo libro del Capitale: unica speranza di far capire qualcosa di Marx. In quel treno di sottoproletari, gli torna in mente l’incipit del Manifesto: “Uno spettro si aggira per l’Europa… lo spettro del comunismo”. Era giovane quando in una cantina commentava quella pagina a compagni analfabeti, ex tossici, ex contadini, ex tutto. Peppino è diventato dolcemente scemo. Gli altri sudano la vita. Francesco non lotta più insieme a noi. “Stazione di Arcore”. “Stazione di Arcore”… ah ecco SodomaGomorra del post-moderno. Sorride e vorrebbe ridere. Immagina Totò che sbeffeggia. “sono un uomo di mondo! Ho fatto tre anni di militare ad Arcore!” Il treno riparte. Fin dalla partenza ha avvertito un gomitolo di parole veloci e senza pausa. Si gira. Quattro improbabili giovanivecchie donne slave in libertà dal servaggio domestico. Si ricorda che è domenica. Cosa si dicono? Non respirano mai? Parole come mitraglia che non smette di strepitare. Tutte hanno i capelli tinti di biondogiallo, collanine pieni di povericristi in croce, orecchini, anelli e borsette fuori moda. Questa mattina sono andate a Messa? Ad Arcore Dio c’è? Si siede sul sedile di fronte per osservarle. Vuole leggere su quei volti la storia che non passa, la violenza e la miseria che non cessano. Sono volti antichi. Non sono della stessa specie degli indigeni. Tutte hanno denti d’oro. L’odontoiatria slava come oreficeria delle gengive della povertà. Una apre la borsetta, estrae due confezioni di una crema al collagene e le mostra alle altre. Non può evitare, sconsolato, di tornare a sedersi di spalle. Il tramonto avanza. Si pente di aver sorriso di loro. Cercano un amore. Perché non dovrebbero? Vogliono essere più attraenti per i vecchi che assistono o per i mariti brianzoli di risulta, con o senza partita iva, che se le scopano nei motel con posto auto sul retro. Una volta lui è stato in uno di quei motel e, dopo l’amore, è rimasto a lungo a sentire una voce slava ridere e gemere gridando “grande” “grande” e anche il rantolo di troglodita che la chiamava puttana. Aveva invidiato la semplicità di quelle voci. Il crollo del comunismo ha consentito la democrazia delle corna. Basta un auto, qualche euro in tasca e migliaia di donne in cerca di una carezza, anche di animale. “Stazione di Carnate”. “Stazione di Carnate”… si cambia treno. L’altro è pronto sul secondo binario. Stessa sporcizia. Stessa carne macellata dalla storia e dalla televisione. Per fortuna, il nostro viaggiatore questa notte si addormenterà cullato dal rumore cupo dell’Adda.

IV
Nulla è definitivo ma tutto non può accadere. Nell’oceano di mezzo ti tocca camminare sul sale, cercando i pensieri, chiamando a raccolta le parole per disporre di un esercito da offrire allo scacco matto. Puoi anche fermarti in un luogo qualsiasi e dichiararlo assente: lo abiterai molestandoti. Dai piedi, il sale s’informica fino alle mani e, con lenta, frenetica, ironica processione, ti crepa le labbra. Devi sorridere, perchè piangere aumenta la sofferenza. Se non avrai cercato una ciliegia carnosa in quel sale, potrai sperare di suggerlo almeno come arida carruba. Tu sei un muretto a secco di collina pugliese che sorveglia il mare e attende ancora i Greci. Cosa puoi comprendere di questa terra di nebbia, montagna, fiumi e laghi? Tu sei una pietra calcarea desiderosa dello stupro dell’artigiano. Cosa puoi comprendere di questa terra umida e fangosa? Tu sei un colpo di mare contro lo scoglio in un inverno che non crede a se stesso. Cosa puoi comprendere di questa terra che convive soddisfatta, ma senza desiderio, con la stagione della poca luce? Stai pensando che lo spazio e il tempo sono sempre gli stessi se li spogliamo dei loro abiti. Non fingere di non sapere che senza abiti la nudità ti sarebbe solo noiosa. Stai pensando di togliere dalle loro scarpe le persone che stai incontrando. Perché non provi ad essere il terreno che loro calpestano? Potresti, almeno, spiarli dal basso e coglierli di sorpresa. Tu ami le parole. Ruba tutte quelle che ti capiterà di ascoltare. Se una sola parola ti soffierà un gemito negli occhi, troverai altra patria perché ti nascerà nostalgia.


http://www.inpuntadipenna.org/diario-pagine-f10/adda-t735.htm
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