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 L'eroe perfetto

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: L'eroe perfetto   6/10/2008, 08:30


Avrei avuto undici anni alla fine di quell’estate del millenovecentosessantotto e un chiodo fisso da soddisfare, quasi un’ossessione oramai. Ci pensavo da un tempo che già toglieva spazio ai semplici giochi coi compagni d’avventura. Ero così frastornato da una decisione, che il mio piccolo tempo mi sfuggiva tra le mani. Una cartoleria giocattoli fornita d’ogni sogno bambino, era richiamo impossibile da ignorare. Davanti a quella vetrina con occhi inchiodati, restavo imbambolato, appeso a lungo al mio sguardo senza soluzione apparente, lasciando agli altri visibile traccia del mio ineluttabile incanto. Esposto in bella luce, tra locomotive, bambole, soldatini, macchinine, giochi di società e quant’altro si potesse mai desiderare, c’era anche il motivo del mio giovane smarrimento. Dentro una colorata scatola di cartone rettangolare, istoriata d’immagini e scritte, con la parte frontale di plastica dura trasparente, il vero, l’unico G.I. Joe, ammiccava sornione ai miei occhi ingordi, bramosi di possederlo. Lui, il padre putativo di tutti i Big Jim, agghindato militarmente in versione “commando”, mi faceva perdere da settimane il sonno. Faceva caldo ricordo, molto caldo nella periferia milanese a quei tempi d’estate; afa pesantissima e poca brezza, erano compagnia prolungata. Non andavamo in vacanza noi; le scarse possibilità finanziarie non lo permettevano certo. Mia madre lavorava le sue ferie in una pensione vicino casa a far stanze. Tutte le mattine presto, con l’ora ad una cifra, usciva per quel compito gravoso. Tornava verso l’ora di pranzo, stanca ma con quel gran sorriso che l’ha sempre contraddistinta anche nel dolore, nella sua muta sofferenza. Percepivo comunque il peso di quel disagio e un po’…somatizzavo. Così anch’io, preso dal vortice del “bisogno”, aiutai per un breve periodo, circa un agosto intero, un mini-market distante mille dei miei passi dall’ora, dal nostro umile regno. Percorrevo in bicicletta con i due portapacchi in ferro colmi di sacchetti di plastica, le vie adiacenti al negozietto per qualche ora al giorno, consegnando la spesa a domicilio a chiunque ne facesse espressamente richiesta. I due anziani proprietari, per quegli utili servigi, non chiesero ai clienti nessun pagamento aggiuntivo al totale, ma si raccomandarono che al “garzone”, venisse riconosciuta la buona volontà e lo sforzo con una congrua mancia. Nei momenti di stanca poi, aiutavo a riassettare ed a rifornire di merce mancante gli scaffali del negozio. Per questo ulteriore impegno, i proprietari mi riconobbero una sorta di paghetta. Come tutte le cose legate al tempo tuttavia, passò in un lampo quel periodo. Finì il lavoro, così quasi le vacanze. Tra laute mance e conquibus ufficiale però, fui in grado di padroneggiare quasi la mirabolante cifra di settemila e cinquecento lire. Riuscii anche a divertirmi in quei giorni…davvero! Su e giù per strade e marciapiedi con quella pesante bicicletta arrugginita. Mi sentivo fiero di me stesso; un giovane lavoratore a tutti gli effetti. Qualcuno già faceva ritorno dal mare e l’ora della scuola cominciò lentamente a farsi sentire nei pensieri di tutti. Sì la scuola, ma anche la consapevolezza che quello sforzo estivo, mi avesse premiato, dandomi finalmente la possibilità di acquistare il responsabile della mia prolungata insonnia. Così, cominciai di nuovo le mie frequentazioni in quella cartoleria giocattoli, forte del fatto che possedessi finalmente l’intera cifra, tremila e cinquecento lire, per l’acquisto dell’incredibile G.I. Joe. Lo guardavo, lo riguardavo, facevo mille domande al paziente cartolaio, che fatalmente rassegnato, incassava da tempo i miei assalti verbali. Già immaginavo l’incredibile momento in cui avrei potuto giocarci, a quando arrivato a casa, lo avrei liberato per la prima volta da quella scatola e dai legacci avvitati di ferro plastificato, che lo serravano assieme ai suoi accessori militari al pannello di cartone piegato, raffigurante uno sfondo da missione impossibile. Pensavo alle storie che mi sarei inventato, a tutte le mosse e pose plastiche che gli avrei potuto far assumere, all’enorme ammirazione che avrei provocato nei miei amici mostrandolo. Ero esaltato da quell’evento che si stava infine per concretizzare. Poi però, immancabilmente, addomesticavo l’euforia momentanea prendendo tempo, rinviando così ogni volta l’acquisto. Uscivo sempre dal negozio lasciando il proprietario visibilmente provato. C’era un pensiero fisso e contrario, un’altra polarità che non potevo ignorare; quei soldi guadagnati con fatica cantavano nel portafoglio quasi avessero una coscienza propria. Chiedevano che non li abbandonassi così, che non mi separassi per sempre da loro in quello stupido modo. Quella sciocca e pietosa “Via Crucis”, si ripeté, mio malgrado, alcune volte ancora. Poi l’espressione di disgusto, ora condivisibile, che apparve via, via sul volto del cartolaio per quella reiterata pantomima, l’arrivo simultaneo della prima media ed il sopraggiungere di qualche fragile pelo sparso, spuntato qua e là in completa anarchia, decretarono la fine di ogni turbamento legato a quell’acquisto. Non so ancora decifrare al presente se in tutto ciò ebbe un peso decisivo quel lavoro estivo, oppure fu l’esempio costante di dedizione di mia madre, la consapevolezza dei nostri pochi mezzi, l’abitudine alle rinunce o semplicemente l’indecisione preadolescenziale, fatta di impeti improvvisi e di disinnamoramenti altrettanto rapidi a caratterizzare quel periodo. Resta, ed è fatto, che imparai in fretta un significato di “buonsenso”, senza però cogliere forse fino in fondo, se fosse davvero necessario che io lo comprendessi a quel tempo. Nell’estate di agosto del nuovo anno, avrei avuto quasi dodici anni suonati, vidi il mare per la prima volta. Sulla spiaggia affollata di gente chiassosa, un bambino fortunato di pochi anni, giocava felice sulla sabbia con il suo G.I. Joe in versione “commando”…fu davvero un’immensa magia per me quell’istante.
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