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 illusione summer round

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InPuntadiPenna

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Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: illusione summer round   2/10/2008, 19:04

Questa prima parte è il riepilogo di circa quattro anni. Non tenevo un diario, allora. Vorrei averlo fatto.

Posto che mi capita talvolta di pensare, raramente, non ho ancora perso la capacità di stupirmi delle associazioni di idee che scaturiscono da un nonnulla.
Forse per questo rimpiango l’assenza di un diario anche se in fondo nulla di più banale e inutile di uno zibaldone infarcito delle mie elucubrazioni mentali.
Di nessun interesse se non traccia di un percorso fatto di sperimentazione e operatività mentale attraverso il quale si perviene, auspico, ad un risultato o, meglio, ad una teoria del tuo ragionare.
Azzardo, ma azzardo veramente, che questo sia il nocciolo della incomunicabilità dei tuoi processi logici, quasi un segreto raggiunto, un percorso personale e intimo di ciascuno di noi.
In fondo pensare ha una sorta di matrice universale, non comune credo, ma quanto meno similare: ho fame, quindi mi devo procurare del cibo, ho sete, devo avere dell’acqua, e così via dai bisogni primari a quelli più intimi e direttamente connessi alla coscienza dell’essere umano.
Qualcuno poi si interroga sul mistero della esistenza della vita, che alcuni perfezionano con percezioni intellettive diverse, quasi iniziatiche, si da elevarsi al di sopra delle comuni conoscenze.
Ma non è che al mattino ci si svegli, in generale, interrogandosi angosciosamente sul perché si esiste in quel preciso momento contingente.
Capita, magari frequentemente, altre volte sporadicamente se si è distratti, ad esempio, da una felicità carnale.
E se capita, l’uomo intelligente, ben conscio della fallacità della memoria, grato di questi sprazzi di genialità nel corso della sua quotidianità, dovrebbe ricorrere alla puntuazione del suo ragionare.
Leonardo, Newton, Keines tenevano un diario, soggetti geniali che incutono timore a me che geniale non sono.
Per questo il rimpianto del non averlo fatto in un ciclo di quattro anni, tanti quanti ne passano tra un anno bisestile ed un altro, quattro anni appunto, e quest’anno è bisestile.
Non mi importa se razionalmente so che è convenzione, che una altra parte del mondo calcola il passare dei giorni in un modo diverso, la puntuazione che mi manca è la precisa cronaca dei quattro anni che sono passati, in fondo un ciclo di vita, un modo per scandire il tempo.
Di certo in questo frangente di tempo ho appreso che ..buoni si è in un solo modo, in vari modi malvagi…
Come sempre mi rifugio in Aristotile per constatare l’ennesima volta che nulla di nuovo accade sotto il sole.
Di conseguenza solo oggi posso dire che il vizio è regno della molteplicità e che si può compiere in molti modi, mentre il bene in un solo modo.
In fondo una retta con ad un capo l’eccesso, all’altro il difetto e in mezzo un solo punto, la medietà, dove è situato il bene e per compierlo ci si deve collocare su quell’unico punto, mentre il male ha a disposizione l’intera infinita lunghezza della retta.
Una medietà rapportata a me, da rivolgere alle singole situazioni reali, determinata dalla ragione e come la determinerebbe un saggio.
Ma sono saggia? Ne dubito.
Se fossi saggia sarei felice, o quanto meno serena, ma il fatto che in una sera d’estate, mentre il mondo pare invaso dal desiderio di “sollazzo”, sia in un angolo su una tastiera di pc a pormi queste domande, mi fa rispondere, ponderatamente, che non sono né felice né serena, perché cerco oltre, dietro l’angolo.
All’uomo felice un’aporia è costituita dal fatto, contingente o meno, se abbia bisogno o meno di amici.
E’ detto comune che le persone felici sono autosufficienti ed essendo autosufficienti non abbisognano di amici, non necessitando di nulla in quanto l’amico è un altro se stesso e procura ciò che uno non è in grado di procurarsi da sé.
E’ assurdo, dopo aver attribuito ogni bene all’uomo felice, non dargli anche degli amici, ma la domanda è se si ha più bisogno di amici nelle situazioni felici o nelle sventure?
Ma se il buono non ha bisogno di amici, il malvagio che è attraversato da grandi contrasti interiori, provando da una parte dolore dall’altra piacere per le azioni commesse, è incapace di provare sentimenti amichevoli verso sé stesso, e quindi non ne prova neppure verso gli altri.
Non può quindi instaurare rapporti di amicizia.
Il buono non necessita di amici, il malvagio è incapace ad avere amici, ma allora dove mi situo?
Se avessi fatto una puntuazione del mio ragionare, probabilmente oggi sarei in grado non di comprendere, ma quanto meno di seguire a ritroso o se preferiamo in avanti il mio ragionamento.
E magari, ne dubito, comprenderei se ho una necessità di esplicito orientamento relazionale non tanto per motivi di utilità, quanto per poter realizzare ed estrinsecare le mie potenzialità.
Posso beatamente illudermi di aver conseguito l’eudaimonìa perché non vi è nulla di esterno che possa accrescere il mio piacere.
Ma dovrei illudermi, e questa è una cosa che non ho mai imparato


12 agosto 2008 summer round
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