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 Le tue mani (primo round)

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InPuntadiPenna

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MessaggioTitolo: Le tue mani (primo round)   14/10/2008, 14:10

“LE TUE MANI”

Da qualche giorno aveva preso l’abitudine di salire in esplorazione in soffitta, curiosando tra vecchi cimeli accatastati là, ancor prima che lui nascesse, dai suoi vecchi che ora non c’erano più.
Era stato divertente scoprire le cose che essi avevano usato e non avevano avuto il coraggio di buttare. Soprattutto ora che aveva molto tempo, da quando lei lo aveva lasciato per andare a “rifarsi una vita” altrove, lasciando un gran vuoto dietro di sé.
Aveva scoperto, su una mensola polverosa, un giradischi portatile di quelli con il braccio e la puntina: funzionava ancora! Di fianco, allineati come libri nella biblioteca, i dischi nelle loro buste variopinte: “33-giri” di classica, “45-giri” di canzoni e persino alcuni “78-giri”! Uno, in particolare, aveva attratto la sua attenzione. Sulla copertina il viso della cantante sembrava volergli comunicare qualcosa: il sorriso avvolgente, lo sguardo carico di significato. Era in perfette condizioni, quel disco, e lo aveva posto sul piatto. Un leggero fruscio, poi una voce dolce e sensuale aveva preso a sussurrargli: “Forse svanirà la tua immagine, ma non scorderò le tue mani…” ed era stato subito rapito dall’atmosfera creata da quel canto: “Le rivedo che mi accarezzano, quelle tue adorabili mani…”
Era diventata una piacevole abitudine salire in soffitta: aveva accostato una vecchia poltrona ancora in buono stato e stava lì, nella penombra della sera, accanto al giradischi e ascoltava quasi esclusivamente quel “78-giri” immedesimandosi nelle parole, accarezzato dalla voce della cantante, sensuale e conturbante. “Sapevi consolarmi nel dolor, accarezzandomi con amor…” parole semplici, ma lui vi scorgeva una sottile disperazione, la stessa che aveva provato qualche mese prima, quando lei lo aveva lasciato. “Bastava sol che mi sfiorassi tu per sentir vibrar tutto in me…” quella stessa emozione, quella stessa sensazione che aveva provato lui ogni volta che lei gli si concedeva, e di cui aveva ora tanta nostalgia; “Se ripenso a te provo un palpito che mi fa tremar come allora…”: dove aveva sbagliato per perderla a quel modo?
“Ma non ci sei più, vivo ancor di te, al ricordo delle tue mani…” e la nostalgia lo afferrava e gli stringeva la gola e il petto; quasi in lacrime ascoltava: “Nasce ancora in me dolce un brivido al ricordo delle tue mani.”
Lo faceva soffrire, eppure non poteva fare a meno di ascoltare tutti i giorni, tante e tante volte, sempre quel disco; non lo disturbava il fruscio del tempo, anzi, conferiva alla voce un che di particolarmente misterioso che lo affascinava.
Così, appena possibile, il suo appuntamento era in soffitta: la luce della strada filtrata dalle tendine al finestrino del sottotetto, la comoda poltrona dall’alto schienale e dai braccioli di morbido panno, e la “sua” canzone. Ora si abbandonava completamente ai suoi sogni e ai ricordi, sempre meno nitidi e sempre più confusi con le parole che, ormai, sapeva a memoria. In quei momenti si alternavano nel suo animo tristezza, malinconia, angoscia, voluttà, desiderio, fremiti. A volte la sua mente raggiungeva uno stato confusionale del quale si inebriava, come una droga per lo spirito e qualche volta la sensazione era talmente viva da sembrargli una droga per il corpo: un’esaltazione dei sensi che non aveva provato più da quando lei… E perciò, come una droga, il suo appuntamento serale era diventato un’abitudine; di più: una necessità insopprimibile. Ciò che veramente era insostituibile, oltre alla voce e al canto, era quello stendersi in poltrona. Lo pervadeva un benessere che non aveva più provato: il calore del corpo di lei che, accanto al suo, tremava di piacere e d’amore. “Le rivedo che m’accarezzano, quelle tue adorabili mani…” e davvero sentiva le “sue” mani che lo accarezzavano sapientemente facendolo fremere come non aveva potuto più, come ancora aveva desiderato. E ogni volta la sensazione era più viva, più intensa, più vera.
Una sera salì in soffitta con la netta percezione che “qualcosa” di bello e terribile sarebbe accaduto. Si era preparato nello spirito e nel corpo ad accogliere il misterioso invito: era pronto a tutto. Forse lei sarebbe tornata? Aveva capito, era pentita? Era lui l’uomo della sua vita, quello con cui vivere le più intense emozioni?
Da quando aveva trovato quel disco non aveva pensato ad altro, quasi un’ossessione, ed ora era forse giunto il momento?
Accese il giradischi, si accomodò in poltrona e chiuse gli occhi. Il disco girava, girava, misteriosamente interminabile. La voce lo avvolse più morbida e sensuale che mai; la poltrona era calda, accogliente, avvolgente: si sentì abbracciare e si abbandonò a quell’atmosfera magica.
Sentì il proprio corpo cedere, a poco a poco, al desiderio d’amore mai sopito e non reagì. Lasciò che tutto accadesse naturalmente come quando, assieme, avevano vissuto la loro intesa sessuale perfetta. Gli parve che la poltrona prendesse vita: i braccioli, le morbide braccia di lei che lo stringevano e le sue mani “Quelle tue adorabili mani” lo accarezzavano nei punti più sensibili per farlo impazzire. Provò ad alzarsi, ma la poltrona “realmente” lo abbracciava costringendolo a restare lì a “subire” quella dolce prevaricazione che tanto aveva sognato e rimpianto.
“Forse svanirà la tua immagine ma non scorderò le tue mani…” e le “sue” mani, eccole a dargli il piacere, l’immenso piacere, il dolce terribile piacere che lo portava lontano, anima e corpo, su vette irraggiungibili, tra mondi remoti, avvolto da suoni celestiali e lo faceva impazzire, semplicemente.
E quando ebbe raggiunto l’apice del proprio piacere fisico e la mente si fu persa definitivamente senza ritorno, in una dimensione irreale, “allora, per un attimo, gli parve di udire una voce di donna – la saggezza delle età passate – sussurrare fino a lui la sua benedizione dal profondo della terra”.



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