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 Un pane da cuocere (secondo round)

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Un pane da cuocere (secondo round)   14/10/2008, 14:14

UN PANE DA CUOCERE

Io lo seguivo a qualche passo di distanza: gli occhi bassi, osservavo l’acciottolato della strada su cui posavo i miei piedi stanchi.
Lui se ne andava a passo sicuro, quasi spavaldo, forte della decisione appena presa per sé e per me.
“Tu non vuoi capire – mi disse senza voltarsi – non posso permettermi uno scandalo; non nella mia posizione. E anche tu: pensa alla tua famiglia, ai tuoi amici, ai colleghi il giorno in cui ti vedessero lievitare come un pane da cuocere!” Un pane da cuocere. Questo solo lui vedeva, pensando di essere pure spiritoso: non il bambino ma “un pane da cuocere”.
“Conosco qualcuno che ci libererà dell’incomodo: tu non correrai rischi e nessuno ne saprà mai nulla.” Ecco di cosa stava parlando: non del nostro bambino, bensì di un ‘incidente’ al quale si poteva porre rimedio con un po’ di buona volontà e collaborazione.
Continuava a precedermi e a spiegarmi i vantaggi della decisione che aveva appena preso per entrambi: “Senza contare che, così, potremo continuare a frequentarci come prima, mentre ora…” Ma io, al prossimo incrocio, me ne sarei andata per i fatti miei e lui neppure se ne sarebbe accorto, di essere rimasto solo; fino a quando si fosse degnato di voltarsi.

Spengo il cellulare: non voglio parlargli, non voglio dirgli che non mi libererò di questo “incomodo”, che non voglio perdere il mio bambino, mio figlio! Mio, solo mio, poiché lui non lo vuole.
Devo andarmene dalla città; lui, tra qualche giorno, riassorbito dai suoi impegni, avrà dimenticato entrambi, me e mio figlio. Fruirò di quei giorni di ferie non goduti e a mia madre dirò che ho bisogno di “staccare” per un po’. Agli amici non dirò nulla: loro non mi faranno domande. Sono abituati ai miei silenzi, al mio carattere spigoloso.
Cerco il numero di telefono di Sophia, che vive vicino a Dublino. Non sono mai stata in Irlanda e ho sempre sognato di andarci.
Sophia: anche lei sola, conosciuta un paio d’estati fa sulla riviera adriatica in cerca di buona cucina, bei paesaggi, arte italiana e, perché no, di un’avventura sentimentale da ricordare al rientro nella sua verde Irlanda!
Ci siamo spesso sentite, in questi due anni, invitandoci reciprocamente senza mai farne nulla ed ecco l’occasione. Una telefonata in aeroporto e domattina partirò.
Ho trovato avvisi di chiamata sul cellulare e sms in cui lui mi chiede anzi, mi accusa: cosa credo di fare; lo voglio forse ricattare, lui, nella sua posizione.
Lui, nella sua posizione. Io, col mio bambino.
Figlio mio, ti crescerò felice, vedrai: tu ed io saremo una famiglia.

Sophia mi aspetta all’aeroporto, un po’ meravigliata ma contenta. Ancora non sa…
Nel pomeriggio parliamo e finalmente posso sfogare tutta la mia frustrazione di questi giorni, da quando ho avuto la certezza della gravidanza a quando ho avuto la certezza della sua vigliaccheria. Forse mi aspettavo le accuse che mi ha rivolto; ma il modo ignobile in cui ha trattato mio figlio, nostro figlio: questo no, non me l’aspettavo neppure da lui! Non voglio metterlo in crisi, per carità, nella sua posizione. Solo il mio bambino, voglio; né voglio da lui alcun aiuto per il mantenimento della creatura. Posso badare ad entrambi, il mio piccolo ed io, da sola. Ma lui teme che potrò pretendere qualcosa e che trapeli in giro che lui è il padre: capirai, nella sua posizione, non può permetterselo!
“Sophia, quell’uomo (“uomo”?) non ha capito quanto io amo questo bambino anche se lo porto in me da nemmeno due mesi. Sono arrabbiata, anzi, mi permetti? Sono incazzatissima con lui: ha chiamato nostro figlio ‘bastardo’ ma non ha osato dirmi in faccia: ‘figlio di…’.
Che abbia offeso me posso accettarlo: sono stata con lui, incurante del fatto che abbia moglie e figli; come si definisce una donna così? Ho accettato il ruolo di “amante”; mi andava bene. Ma il piccino, no; quello non me lo tocchi con le tue sporche mani da ‘latin lover’ da strapazzo! Perché gli uomini sanno essere così meschini, così volgari, così ‘sporchi’ dentro? Sophia: era un figlio che io volevo, non un marito o un compagno. Non ti so spiegare, ma è così. E lui vorrebbe buttarmelo via! capisci? Telefonare a sua moglie e dirle: - guarda che bel marito hai! - e di lei, chi se ne frega…” e finalmente scoppio in singhiozzi perché so che una carognata così non la farò mai.

Sophia è una cara amica: mi abbraccia e mi sussurra, con un dito sulle labbra: ”Sssh, zitta, ora: non tormentarti più. Troveremo una soluzione per voi due” e mi accarezza la pancia che ancora non ha l’aspetto di un pane da cuocere.
Il silenzio di Sophia, così intimo e ricco di partecipazione, mi tranquillizza e mi aiuta a pensare con lucidità al mio nuovo stato. Niente vendette: affronterò la situazione da donna qual sono e mi preparerò al mio ruolo di mamma.
Qui, in questo ambiente tranquillo, con un’amica come Sophia, riuscirò a far pace col mondo cominciando da me stessa e troverò le parole adatte per parlare a mia madre. Tutti gli altri si accontenteranno di un semplice: “Aspetto un bambino!”



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