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 Il viaggio di Elena (sesto round)

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InPuntadiPenna

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MessaggioTitolo: Il viaggio di Elena (sesto round)   14/10/2008, 14:39

Il viaggio di Elena

Appena il treno si mosse Elena aprì gli occhi e lasciò correre lo sguardo sul cartello della piccola stazione che si allontanava. E con lei il suo ultimo sogno d’amore, se mai ne aveva nutrito uno. In quella malinconia gli occhi le si riempirono di lacrime. Rimpianse di essere andata fin lì: solo tempo perso e lo aveva sempre saputo. Un’ulteriore conferma, l’ennesima pugnalata: immaginata e prevista ma non per questo meno dolorosa.
Ma che faceva, ora? Piangeva?
Si avvide, seduto di fronte a lei, di un giovane che la guardava. Le seccava farsi vedere in lacrime e cercò di depistarlo usando il collirio.
-- Signora mi scusi, ma non conviene sprecare lacrime in casi come questo.
“Casi come questo? - pensò Elena - E che ne sai, tu, se questo è uno di “quei” casi oppure no?” e lo guardò impettita, nonostante le lacrime.
-- Mi dica se sbaglio. – riprese lui – Lei è venuta fin qui per una conferma; ma in realtà non ne avrebbe avuto bisogno. Lei già sapeva ancora prima di arrivare, ancora prima di partire da casa…
Ebbene sì, tutto come aveva appena detto quello sconosciuto che sembrava saperla lunga sui suoi problemi.
La malinconia che aveva cercato di dominare fino ad allora, si fece strada prepotentemente ed Elena scoppiò in singhiozzi senza più freni, senza più ritegno. Cercò frettolosamente un fazzoletto nelle tasche, in borsa, e lui non le offrì il proprio.
“Che maleducato! – pensò lei – Non accade così anche nei film? Lui attacca bottone prestandole il suo fazzoletto, anche uno di carta… invece, questo qui, niente. Solo capace di farmi piangere e basta!”
-- Signora – sottolineò lui – le ricordo che non sono io la causa delle sue lacrime…
“Oh, insomma, basta! – esplose lei – Ma chi le ha chiesto niente? Io non la conosco e lei sta qui a dirmi cosa faccio, cosa non devo fare, cosa dovrei fare…”
E giù, singhiozzi, dentro al fazzoletto finalmente trovato nel taschino laterale della borsetta.
“E se mi va di piangere, piango fin che mi pare e piace, ecco!”
Il giovane zittì all’invettiva accesa ma non troppo convinta, di Elena. E dopo poco lei se ne pentì. E’ vero, lui aveva un po’ urtato la sua sensibilità, forse; ma almeno, preoccupandosi per lei, le aveva rivolto anche un pensiero gentile. Il primo, da quando aveva deciso quel viaggio. Si era sentita così infelice, così trascurata che aveva desiderato scomparire. Era andata fin là sperando di dover affrontare una battaglia: forse anche di litigare… e invece era stata “liquidata” quasi in silenzio come in un sogno, un brutto sogno in bianco e nero senza il sonoro, dal quale si stava risvegliando ora, grazie alle parole di quello sconosciuto.
Il silenzio di lui, ora, le ricordò il rimpianto di non aver potuto difendere il proprio punto di vista, mai.
-- Si sente di parlarne? Esternare i propri problemi aiuta a risolverli.
“Possibile che questo qui sappia sempre cosa sto pensando?” si chiese Elena sollevata, tuttavia, al pensiero di non dover trascorrere tutto il tempo del viaggio, sola, a guardare fuori dal finestrino i paesi susseguirsi alle campagne, le montagne a fare da sfondo alla caduta delle proprie illusioni. Sapeva, infatti, che se avesse dovuto affrontare il viaggio del ritorno tutta sola, non ce l’avrebbe fatta ad arrivare fino a casa.
L’amarezza, la disillusione, la consapevolezza dell’inganno e del tradimento (complice la distanza, non si sa quanto obbligata e quanto, invece, voluta) erano state tanto forti e vive in lei, che aveva progettato una “fuga dalla vita”, non sembrandole null’altro abbastanza importante da farla desistere da quel proposito, visto come unico rimedio.
Se a lui non importava nulla di lei, a lei non sarebbe importato nulla di niente altro, di nessun altro. Solo scomparire. Non dover più pensare, più far finta di…
E invece ora le importava che quello sconosciuto avesse chiesto, avesse voluto sapere, condividere il dolore, la disperazione che solo lui aveva notato dietro le sue palpebre chiuse; lui, che aveva visto scendere e mischiarsi lacrime e collirio a rigarle le guance.
Il treno proseguiva la sua corsa lasciandosi dietro città, paesi e campagne; presto sarebbe arrivato a destinazione: la destinazione di Elena, e lei era ancora lì a chiedersi come mai quello sconosciuto avesse letto in lei tante cose.
Lui, il suo “amore di una vita”, non aveva voluto capire.
“Questo qui mi ha visto per cinque minuti e ha capito… non sarà uno psichiatra, psicologo o, insomma, psicoqualcosa?” Lo guardò meglio: “No, è troppo giovane.” pensò. “Così giovane eppure così attento e sensibile; si sta comportando come un vero amico, uno di quegli amici così rari e preziosi…l’amicizia è amore senza le sue ali…dove ho letto questa frase?” E gli lanciò uno sguardo veloce, mentre afferrava la borsa e si preparava a scendere.
Lui le sorrise e a lei sembrò (scherzi dell’illuminazione fioca dello scompartimento) di intravedere attorno a lui una specie di alone luminoso.
Chiuse gli occhi, poi li riaprì per mettere a fuoco ciò che aveva creduto di scorgere, mentre il treno rallentava fino a fermarsi.
Non c’era nessuno.
Il posto che era stato occupato dal giovane sconosciuto, ora era vuoto.
Lo cercò con gli occhi, scendendo dal treno, ma non lo vide. Lo cercò sul marciapiede: nulla; era scomparso.
Turbata, volle conservare nel cuore l’immagine di quel giovane che, con le sue poche parole, l’aveva fatta reagire, l’aveva scossa dal pensiero della “fuga dalla vita”; che le aveva sorriso e si era preoccupato per i suoi problemi.

“Forse gli angeli sono davvero tra noi e accanto a noi?”
Elena, immergendosi tra la folla che si affrettava all’uscita, pensò: “Sono viva!” e si dispose, finalmente libera, ad affrontare da sola e per intero la propria vita.



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