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 Cercando nell'intanto una ragione, forse due...

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Cercando nell'intanto una ragione, forse due...   17/10/2008, 08:49


Penso ad una distrazione che abbia valore di attimo. Sento come fosse stato soltanto per poco quel dolore di tempo remoto. Non ricordo quanto sia stata quella distanza, ma improvvisamente intendo di far parte di una quota. Non verticale, ma piana e lunga come solo un orizzonte infinito senza ostacolo alcuno può mostrare. Avrei dovuto forse percepirlo già dal suo scorrere vecchio quel tratto, mettendo nel poi un respiro calmo addosso, come fosse spartiacque a severo monito di ciò che resta di quell’orizzonte. Dei cinquant’anni qualsiasi stanno per appartenermi. Un’età che dovrebbe portare con sé senso di equità, d’equilibrio, di saggezza. Pezzi di spavento inclusi nel comprendere quanta vita d’altri si sia ficcata in un lasso mio, ineluttabilmente trascorso. Senza fine apparente è invece quel periodo svoltato, venuto prima d’essere ora ciò che in me riconosco. L’infinita frazione perfettamente strappata di un giorno uguale ai suoi simili, allungato in anni come pesante coperta sulle spalle. E le parole amare trattenute a stento dietro l’angolo curvo della lingua, hanno un sapore acre di dolore antico, castigato. Non è colore di Agata Christie un tempo mio impiegato, quindi accolgo il sereno del lasciar andare, con assoluta distensione, elementi terreni che mi tratteggino, perdonandomi il giusto per tutto ciò che non ho saputo cucirmi addosso. Come un sarto distratto, ho lasciato incompiuti lembi di tessuto non ancora forgiato. Mettendo punto tuttora in pezzi diversi di vecchie strade, cerco di dare a loro senso d’armonia, di foggia, in cui possa almeno riconoscermi. Un criterio di collocazione mi preme stimare agli anni. Ho calpestato il mondo, le sue imperfezioni, i suoi richiami, il dolore senza voce di misere disgrazie, gli uomini. Non è, però, cercando un dolore agli altri che in me si possa accomodare l’accezione di equità. Un nutrito elenco di periodici accantonamenti, in molteplici ragioni, sono stati da sempre ragione primaria, come fossi rimasto prigioniero inconsapevole di una costante e del suo impreciso moto perpetuo. Ragioni dicevo, qualcuna vera, contingente, accolta in seguito anche da istintivi sensi di colpa. Altre, non invitate, quasi scientemente disimparate per non accettarne postumo il troppo peso. Avrei desiderato il potermi misurare diversamente nel mio periodo giovane, riscuotendo però dal caso, strumenti adatti e qualche risorsa sommata da spendere alla vita. Cosa può trattenere a pretesa d’avere indossato di singolare un’esistenza? Forse il diritto di esserla già prima di mostrare appartenenza, prima che l’impasto dei giorni, dei volti attraversati, la marchiasse d’impronta unica. Ogni circostanza considerata tale varrebbe una pena di essere raccontata, stimando nel “format” degli eventi una forza, la sua diversità. Siamo mondo stipato di cose, di sensazioni, di idee, di affetti, di errori. Stanche facce scordate in un vuoto di occhi ciechi, chiusi tra ineluttabili eventi naturali che legano alla terra più del sangue. Nascere…e poi forse solo nelle carni morire. Nella distesa di mezzo scorre di passo linfa karmica, carica di un tempo disuguale, concesso. Non per tutti appagato, indulgente, non per tutti sfumato, quasi mai compreso fino in fondo. Indissolubile al viaggio che ne accetta la tratta, afferrando un passaggio di eventi conclusi, appesi alla porta del tempo come fine mosaico di terrena presenza. Forse è semplicemente questo il senso della vita: prendersi cura del dono ricevuto senza pretenderne le istruzioni d’uso. Non perfezione assoluta, anche se gradita al mio rigido sentire. Intendo di stare dentro ai propri passi, riconoscerne il peso, abituarsi a loro. Come in quel modo che ho di mettere la bocca nei sorrisi, farsi compagni di noi stessi prima di esserlo per altri. Questo intuisco essere un cammino buono. Accettare altresì la bugia di un mero possesso qualsiasi, talmente complicata da accogliere tra giudizi amici. Così è forse per gli amori creduti eterni, pronunciati e poi smarriti, dissolti. Siamo un prestito anche di noi stessi; in qualche luogo o in qualche cielo dovremo riconsegnarci ad un credo ignoto. E ciò che forse saremo, quando un “dopo” illuso ci spetterà, lo celiamo ora in angoli bui, tra mute paure cui all’opporsi, manca abilità. Così diamo vita a vita, appoggiando figli e qualche consiglio sulla nuda via dell’incanto. Magia questa che ci rincarna, moltiplicando un dono supremo che odora d’amore puro, accordato. Questo dovrebbe guidare una mente adatta, compresa. Un gesto di passaggio a cui fortemente spero d’appartenere, cercando nell’intanto una ragione, forse due, per comprendere il tutto che posso accomodarmi dentro. Sono uomo che ha perso timore di una resa in qualche soffitta di ricordi storti, voltando allo sguardo della polvere l’interesse di frugare un se. Avrò un tempo indefinito di attesa per rubricarne la materia, ma non ora, non qui. C’è altra vita che preme nell’oggi, che chiede tributo quotidiano di gesti, di azioni, di atti. Mettere l’amore nelle tasche e un passo calmo davanti all’altro fino a che l’orma calchi la terra. Posso soltanto pregare al vento di cancellarla paziente, come agli occhi miei chiedere simbiosi nel cuore, così ch’io possa scorgere senza guardare, verità nascoste al mondo e forse a me stesso. E mentre dietro allo sguardo degli altri c’è un mondo che noi sfioriamo appena, io tengo stretta una memoria antica, arrivata prima a calpestare lo stesso mio cielo ereditato da un bene. Quella forza buona, spinta dentro ai padri e alle madri. Accolgo ora, di stupore, un poderoso senso di tramandato venirmi incontro come brezza gentile tra i capelli scossi, a frugare ancora nel mio sguardo bambino, l’azzardo curioso di stagioni senza fine scorrermi accanto.
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