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 il vino che non abbiamo bevuto 01 maggio 2008

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: il vino che non abbiamo bevuto 01 maggio 2008   2/10/2008, 19:23

Mi è tornato prepotente alla mente il vino che non abbiamo bevuto.
Come tutto quello che non abbiamo fatto insieme.
E ho deciso di celebrare il ricordo del non fatto senza la speranza del fare insieme, una celebrazione privata con le mie assenze, un modo per concretizzare quello che non c’è.
A quel tavolo, di fronte alla carta dei vini, senza esitare ho scelto un rosso importante, da meditazione.
Ho mascherato bene una certa reticenza, mostrando una affabilità timida nel chiederlo a mezza voce, con un lampo quasi furtivo nello sguardo che celava la parsimonia affettiva di un ricordo solo mio.
Arriva la bottiglia nera che mi viene mostrata e con mille salamelecchi stappata e il vino offerto perché lo degusti un po’.
Un cenno del capo, il cambio di bicchiere e il vino mi viene versato.
Allora osservo la bottiglia, la semplice etichetta blasonata e mi pare di vederla galleggiare in un mare di sobrietà, quasi con un che di gentiluomo d’antan.
Il bicchiere contro luce, ma nel bicchiere rimane solo l’idea del nero.
Più granata, rossastro che nero, ricorda la lava dolce quando giunge sulle rive del mare, racconta una storia, le storie di una vita, parla di sole e di oscurità e delle menzogne contestuali.
Ricordo allora un vulcano, il mio, e l’approccio con lui, un vulcano in attività, con colate frequenti e costanti, in un certo qual senso affidabili, del genere Stromboli, puntualissimo, ogni giorno e a volte più volte al giorno.
E l’approccio, diffidente, disincantato e senza grandi aspettative, senza mitizzarlo.
Poi, sfrondata la vegetazione iniziale, all’arrivo delle prime terre riarse, fatte di asperità e spigoli che vanno superati con enorme attenzione e dolcezza, scoprendo quel colore violaceo, intenso, irriproducibile, l’emozione che assale e l’istinto che spinge a ricercare una conferma tattile delle emozioni.
La necessità impellente di sdraiarsi, anzi accucciarsi, percepire il fluire della massa interiore e il timore di essere indiscreta che spinge, non so come, a mettersi quasi a fianco, per comprendere e assimilare un suono in assoluto vitale.
Memoria atavica di ultime colate, in un istante non ancora disintegrato dal vento e dall’aria, e l’eco lontana di eruzioni passate, scene di fuoco che arde e trionfante erompe verso il cielo.
E una tenerezza immensa per quello l’origine della vita, antica, originaria, dura, forte, mai melensa, ma assolutamente inevitabile.
Mistero di fuoco che crea la vita e preghiera dovuta a Ecate, lei, la sola che ha incontrato il mistero ancestrale con un canto amaro di struggente bellezza, preghiera che accompagni con una danza istintiva, atavica, erotica, fatta di sfioramenti mai conclusi.
Un susseguirsi di pensieri di un attimo che dura una vita, guardando la trasparenza di un vino attraverso il vetro di un bicchiere, associazioni di idee che rasentano la follia, ma è un piacere assoluto essere folle sapendo di esserlo.
Eppure se lo osservi, più ti rendi conto che è violento nel suo prorompere nel bicchiere, ed è capace di stroncare la saggezza dei forti e la pudibonda virtù dei timidi.
Il primo sorso che rotola sulla lingua, retrogusto di frutti di mare dove deborda il ricordo del sole.
All’assaggio successivo risale una fonte calda, piacere al contrario che si appanna di contrattempi e si esalta di difficoltà, quando la serietà si fa sorniona.
Ad ogni colpo di lingua il rosso sale più veloce, più veloce del ricordo.
Ogni sorso una menzogna, profumo acre e zuccherato che si insinua in ogni anfratto della sua corposità.
Gusto non identificabile che si impone invadente sul profumo, profumo di una sorte passata che si incardina sui ricordi con l’intensità di un rimpianto.
Soffio caldo che si dona nell’ombra, torna ogni volta perché tu lo scopra, sempre più forte perché tu comprenda di meritare di più.
Poi una avidità falsamente istintiva e bevi trattenendo il sapore sulle labbra.
Né troppo, né poco, la misura ideale, un sospiro trionfante di un piacere che si apre all’infinito.
E tu lo sai già.


l.

01 maggio 2008 satiricamente
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