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 rose rosse 21 Apr 2008

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: rose rosse 21 Apr 2008   2/10/2008, 19:24

La telefonata è arrivata da casa, lo confesso un po’ attesa.
“Signora sono di nuovo arrivate. Che ne faccio? Aspetto che torni o le porto al cimitero?”.
“Le porti a mia madre, grazie. G. nessun biglietto?”.
“No signora, i suoi anni le ho contate, come sempre nessun biglietto”.
La domanda di rito:
“Problemi a casa?”.
“No, sono arrivate le rose.”
“Ma quello non è ancora morto o fallito? Quand’è che si stufa?”.
Una alzata di spalle e chi se ne importa.
Storia vecchia, vecchissima, iniziata il mio primo anno di lavoro.
Il giorno del mio compleanno mi era arrivato in studio un enorme mazzo di rose rosse, gambo lunghissimo, rosso scuro, chiaramente scelte una per una, tante quanti i miei anni, senza biglietto.
Il fioraio raggiunto telefonicamente, mi aveva descritto un signore distinto che aveva pagato in contanti e che aveva insistito per la consegna in quel giorno, dopo averle ordinate.
Le prime mi causarono una infinità di problemi.
Era stato assai difficile giustificare che no, proprio non avevo idea chi fosse quello che mi aveva mandato le rose, che non c’era nessun biglietto, che non sapevo chi fosse.
Una cosa l’aveva ottenuta, ci avevo pensato, e parecchio.
Un paio di cose mi sembravano pacifiche: non era un mio amico o qualcuno che mi conosceva bene.
I miei amici sanno che detesto le rose rosse, anzi detesto i fiori colorati, non amo le rose, i fiori per me sono bianchi, il mio giardino del sogno è bianco in tutte le stagioni, un jardin de plaisance la cui bellezza è celata, che si rivela piano piano, affatto esibita.
I fiorai usuali mi cambiano i fiori, se quelli ordinati per me non son di mio gusto.
La mia data di nascita, affatto nascosta, ma nemmeno esibita, ergo qualcuno che aveva pagato una ritenuta d’acconto.
Di certo un cliente, ma un cliente abbiente, perché il mazzo costava una cifra, di una certa età, altrimenti avrebbe scelto un altro mezzo.
Mi sembrava difatti un modo vecchiotto, quasi che fosse un corteggiamento non a me ma all’immagine di una coccottina fanée, di quelle che usano ciabattine dorate con inserto di cigno in un boudoir rosa, che vestono trine e lustrini, quanto più diverso da me vi sia.
Stoppato il primo mazzo e presto dimenticato, seppur con un minimo di intrigo mentale per quell’anonimato, avevo fatto una cernita dei papabili e, francamente, aspettavo almeno un accenno.
Invece nulla.
Già il primo mazzo finì al cimitero.
L’anno seguente, non ci pensavo, ma puntuale arrivò il secondo mazzo, con una rosa di più.
Senza biglietto, altro fioraio, stesso giro di telefonate, signore elegante, pagato in contanti, le rose sempre più alte, sempre più rosse.
E una contrarietà maggiore in casa e l’ovvio dubbio che sapessi benissimo chi fosse.
La storia continua per anni ed anni, ogni anno peggio, sempre più funeree, il mazzo sempre più grande, sempre più corona da morto, sempre senza biglietto.
Ovviamente la storia fa il giro dei miei amici e le mie amiche del cuore il giorno del compleanno esordiscono con “Ti sono arrivate le rose?” prima di farmi gli auguri.
A casa i commenti sempre più velenosi, “Ma non si è stufato sto qui? Gli stai costando una cifra e tu le mandi al cimitero. Poi sono così tristi, e dai, oramai gli anni son tanti, è quasi un copricassa”.
Un risultato lo ha certamente ottenuto: il giorno del mio compleanno ho sempre un senso di attesa.
Un anno, alcuni anni fa, è morto un mio cliente, quasi un amico, male, in un infortunio tragico.
Più grande di me, per certi versi professionalmente ero cresciuta con lui, e rispondeva abbastanza al prototipo: abbiente, abituato a stupire, senza un filo di classe, ma aveva un ma, troppo intelligente per toppare così con me.
E quell’anno le rose non sono arrivate.
Mi sono fatta mille domande, le battute si sono sprecate, del genere: “Ma chi l’avrebbe detto che F. era così romantico? Poverino che è morto così”.
E io rosicavo abbastanza in silenzio e in fondo un po’ di rimpianto di non avergli potuto dire fuori dai denti di non essere sciocco, che le rose mi facevan piacere, ma che erano troppe, troppo di tutto, di numero, di colore, di anni.
L’anno successivo, il mattino del mio compleanno, mi sono svegliata già un poco delusa e il primo pensiero è stato che non avrei ricevuto le rose, e un po’ mi spiaceva.
Mi sembrava che una parte della mia vita, dove avevo avuto un ammiratore così fedele, fosse finita e che dovessi guardare la realtà.
Invece quell’anno sono arrivate, rosse per il numero dei miei anni e blu per gli anni dell’anno passato, una mostruosità.
Ma che gioia riceverle, come se mi fossi tolta un peso di dosso, ci sarà stato un problema per l’anno passato, avevo ragione non era F.
E la soddisfazione di dire, con vera malignità, “Hai visto? Ti sei sbagliato, è uno fedele lui”.
E continuano ad arrivare, anno dopo anno, anche quest’anno, sempre rosse, sempre di più, sempre più alte, sempre più funeree.
Ma se smettessero come mi mancherebbero.
E’ stato in gamba lo sconosciuto, è riuscito a farsi pensare lo confesso, con un briciolo di affetto, nonostante le rose rosse proprio non mi piacciano.
E la verità vera è che non vorrei nemmeno sapere chi è.

l.



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