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 Guerrieri di...latte

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Guerrieri di...latte   29/10/2008, 09:27


Un piccolo branco di selvaggi, questo eravamo a quel tempo. Giovani mascalzoni con l’età ad una cifra, ficcati tra mille avventure quotidiane che la semplice strada ci permetteva d’inventare. Vivevamo ad ovest della periferia milanese, quando i paesi limitrofi stavano ancora a qualche chilometro. Nella terra di mezzo, futura conquista urbanistica, c’erano soltanto campi e qualche strada. Abitavamo due identici casermoni rettangolari di cemento grezzo, divisi da una sola portineria; un passaggio obbligato ed unico accesso all’esterno. Fu una frontiera naturale “quella”, ci separava come segno d’appartenenza ed era simbolo di contesa per noi ragazzi che popolavamo quei complessi. Da noi stessi invece, piccoli briganti, ci divideva soltanto l’assurda rivalità infantile. Il nostro “palazzone”, aveva in più un grande cortile con al centro una buca a forma esagonale poco profonda, riempita di sabbia e larga sette, otto passi di allora. Per noi era una fonte inesauribile di giochi inventati, ripetuti instancabilmente fino allo sfinimento fisico. Ci facevamo il salto in lungo lì dentro - si arrivava al bordo di cemento e via!- un balzo scoordinato per arrivare più distante di tutti. Compattavamo anche navi di fango da affondare poi a colpi di grosse pietre che trovavamo ovunque. Quando pioveva, la buca si riempiva d’acqua torbida e allora ci sguazzavamo con gli stivali neri di gomma lucida acquistati al mercato del martedì, oppure ci prendevamo a pallate impastate di fango per ore. Costruivamo dei piccoli fortini con i cartoni piegati, sottratti alla “pattumiera” condominiale, in cui facevamo delle sottili fessure rettangolari per l’osservazione. Poi, ci lanciavamo bombe di fango fino a che una delle due fortezze, non cedesse sotto il peso di quei lanci ripetuti. Era decisamente la gioia dei nostri genitori quel gioco, tornavamo a casa luridi come naufraghi spiaggiati appena salvati da un mare in tempesta. Forse era proprio così, era il mare burrascoso delle nostre fantasie, dei nostri pochi anni, dei nostri piccoli desideri di sentire la vita scorrerci dentro. Fuori, ad un tiro di fionda artigianale, c’era il grande stadio di San Siro. Mio zio Pietro mi ci portava qualche volta. Ricordo i gradoni alti di cemento, le urla, le imprecazioni, le bandiere. L’euforia di quella gente infinita, mi rimase addosso per anni. Noi fuori dicevo, a pochi passi da quel “tempio”, ci misuravamo con i primi segnali d’istintiva cattiveria insita nell’uomo. C’era un grande campo leggermente infossato, quasi un’arena naturale. La terra abbandonata da qualche vecchio scavo, aveva creato piccoli avvallamenti che la natura pazientemente ricoprì nel tempo di erbacce sparse d’ogni tipo. Crescevano degli steli lunghi e robusti, quasi dei rami piantati con tenere radici nel terreno irregolare. Liberati dalle foglie, diventavano per magia fruste perfette. Armi tribali alleate dei nostri primi giochi selvaggi, in cui uno strano desiderio di potere, faceva sentire forte il suo richiamo. Noi e gli ”altri”, ci incontravamo su quelle basse radure. Ci si schierava di fronte come soldati preistorici. Le fruste salde nelle mani, il cuore gonfio e battente in gola, ci faceva sentire forti, invincibili…cattivi. Stavamo lì con i nostri calzoni corti ed il moccio al naso, fermi, immobili, aspettando un segnale di guerra arrivare improvviso. Così, bruscamente, si correva giù dalle montagnole urlando più per farsi coraggio che per spaventare, come fossimo un’orda di Nibelunghi assetati di sangue nemico. Non esistevano regole, né prigionieri in quegli scontri, solo sonore vergate sulle gambe nude e ovunque, fino a che uno dei due striminziti eserciti, non battesse sconfitto in ritirata. Si abbandonava il campo sudati poi, sporchi e malconci, fieri però di quei segni sul corpo. Sulla strada del ritorno, ci si fermava al “drago verde” - leggendaria fontanella comunale - l’unico riconoscimento, il solo premio alle nostre inutili fatiche belliche. Ricordo l’acqua fresca bevuta convulsamente tra le mani, il suo effetto calmante su quelle strisce rosse lasciate dalle frustate ricevute. Aiutava per un po’ a sconfiggere sete e bruciore, come in verità, a nascondere qualche lacrimuccia per il dolore di quelle piccole ferite. Poi a casa, tra un rimprovero e l’altro, ci avrebbe pensato mamma. Scorreva così la nostra vita innocente, tra enormi vittorie e giovani sconfitte. Un tempo racchiuso in pochi anni “quello”, appuntato per sempre nella mente, tra i ricordi più vivi. Spaventa solo un po’ adesso, buttando uno sguardo all’oggi, il pensare di quanto poco avessimo bisogno in quel tempo per sentirci felici, liberi. Giochi quasi primordiali i nostri, che non avevano bisogno di nessuna tecnologia per essere apprezzati, “vissuti” fino in fondo. Mi fa sentire vecchio questo pensiero di memoria lontana, ma so che non è proprio così. In fondo è stato il nostro tempo, direi quasi fortunato. Tempo in cui le stagioni erano certe, si riconoscevano fiutandole nell’aria, ed i sensi, avevano ancora il giusto riconoscimento. Servivano tenacemente a noi, per poter annusare così il dono della vita, nella sua forma più ingenua e meravigliosa.
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