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 Un amico di Dio

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InPuntadiPenna

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Numero di messaggi : 983
Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Un amico di Dio   6/12/2008, 13:30


C’è un pozzo profondo dove sedimentano i ricordi. Lì, ho calato un secchio vuoto fino a sentirne il tonfo. Lentamente poi, per non travasare immagini, con presa salda scorre adesso una cima tra le mani. Gira, la carrucola, scricchiola, mentre dal buio del mio passato risale un tempo col suo peso, fino alla luce stanca del presente. Ora che il secchio colmo di un mio ieri, è posato sulla nuda terra, mi ci inchino sopra senza attesa, e ad occhi spalancati, immergo lo sguardo per intero. Io non avevo ancora compiuto otto anni nel maggio del millenovecentosessantasei. In quel periodo e per una sola volta alla settimana, frequentavo insieme ad altri ragazzi, un corso di ginnastica correttiva nella palestra di una scuola elementare. Ci facevano svolgere semplici esercizi a corpo libero, ricordo, mirati a farci raggiungere una postura delle spalle più corretta. Avevo scapole un po’ alate a quel tempo. Ero fragile fisicamente e non solo. Quello fu l’unico motivo della mia frequentazione a quei corsi collettivi. Non potevo immaginare però che negli anni a venire, quell’embrione di “fitness” nostrano, sarebbe divenuto per molti, esigenza primaria, per altri, solo ostentazione. Frequentare palestre sempre più attrezzate per forma e vezzo, affermando nel medesimo contesto, simboli di cura come di status. Un breve volo pindarico questo mio pensiero, niente di più. Dovevo percorrere un lunghissimo viale alberato per arrivare in quella struttura. Strada a destra, strada a sinistra. Nel mezzo scorrevano, sopra uno strato di grosse pietre frantumate, quattro rotaie per due sensi di marcia. Il tram numero quindici, le percorreva tutte fino ad arrivare in Piazza Segesta. Ben oltre in verità: proseguivano dritte, dritte, ma non troppo, fino ad arrivare nella piazza del Duomo con la sua “bela Madunina” ed oltre, anche se quella tratta per me era ancora sconosciuta. Io però, a farmi “correggere” dalla ginnastica, ci andavo a piedi comunque, anzi, di corsa. Ho sempre avuto una sorta d’inquietudine nelle gambe, che mi portò anni avanti, a cimentarmi con buoni risultati, nella corsa amatoriale su strada. Si accentuò notevolmente quel bisogno di andare di fretta, soprattutto dopo aver perso papà poco tempo prima. Mio padre morì giovane, non ancora quarantaseienne. Una malattia feroce, senza speranza per quel tempo, non fece sconti né deroga alcuna. Soffrì inutilmente degli anni prima di lasciare per sempre moglie e due piccoli figli. Camminare, correre, saltare, furono per me azioni quotidiane. Fedeli compagne di quel tempo andato, forse l’unico pretesto possibile per imbrogliare la mente dal suo dolore. Così, anche quel giorno, percorsi a passo svelto quella distanza. Non ero né in ritardo né avevo particolare fretta. Non so come fu esattamente, rammento soltanto che cominciai, spinto da una smania improvvisa, ad attraversare di corsa la strada battuta fino alle rotaie, zizzagando tra loro ed il marciapiede opposto. Preso dalla frenesia di quel gioco irresponsabile però, non mi accorsi dell’arrivo di un “leoncino” – un piccolo camioncino di quegli anni – dietro di me. Ebbi soltanto il tempo di avvertire il rumore stridulo dei pneumatici implorare all’asfalto, come fosse una preghiera sguaiata, di fermarli in tempo. Non fu così però. L’impatto violento mi colpì nell’istante in cui la gamba preparava una nuova falcata. Sentii la schiena sbattere con forza contro la calandra di metallo del camion. Seguirono istanti di volo, come fossi stato sparato dal cannone di un circo qualsiasi. Ci fu uno spazio sospeso, in cui rapidissimi fotogrammi, m’attraversarono la mente. C’era tutta la mia breve esistenza dentro a quei flash. Un film di ricordi accelerati, scagliati a caso come saette fulminanti. Attimi di volti, di vita vissuta, si conficcarono nella memoria. Poco dopo, l’alta lamiera ondulata di un cantiere, si scontrò con la mia faccia, poi col torace, arrestandomi improvvisamente la corsa. Rovinai a terra nella polvere del marciapiede sconnesso dagli scavi. Ero confuso, ferito, spaventato. Sentii voci alte di operai quasi disperate, i loro passi accelerati venirmi incontro. Sentivo l’odore del mio sangue e cercai di alzare un po’ la testa. C’era un’enorme figura di luce dai contorni imprecisi davanti a me. La sua materia intangibile ricordava quello strano guardare dentro a palpebre chiuse. Come vedere apparire quegli strani puntini roteanti e luminosi, quando per lenire un prurito improvviso, si era costretti a stropicciarsi gli occhi con forza. Ricordo di averla guardata con stupore, ma per nulla intimorito. Quella forma imponente, luminosa, stava lì, ferma ad un passo da gigante. Con quelle grandi ali chiuse dietro di sé, sembrava volesse proteggermi. Assomigliava agli angeli di cartoncino bianco che facevamo qualche volta all’asilo nelle feste religiose. Erano un pensierino di bontà infantile “quello”, fatto con l’innocenza dei piccoli gesti, per essere dono prezioso ai propri genitori. Non avevo dolore in quel momento, sentivo soltanto la vita andarsene lentamente, almeno, così credevo fosse. Rimasi qualche attimo ancora in uno stato di veglia apparente, in cui stranamente, sentivo tra le labbra il sapore del vino. Un vecchio operaio, tra quelli che mi soccorsero, cercò in quel modo rustico di rianimarmi. Così mi dissero in seguito. Svenni poi, cadendo in un sonno profondo, credo molto vicino al coma. Mi svegliai giorni dopo in un letto d’ospedale. La stanza era grande e chiara. Avevo il tronco completamente avvolto in una stretta fasciatura, ed una parte del viso, coperta da larghe garze. Non ho altra memoria di quel luogo, se non il colore bianco delle pareti e qualche immagine strisciata, sfocata dal tempo, nulla più. Porto ancora oggi i segni sul corpo di quell’incidente, anche se fortunatamente non troppo visibili. Setto nasale leggermente deviato ed un lieve disassamento dello sterno. Un regalo “vitae” che posso per buona sorte ancora raccontare. Ferma e immutabile però, è rimasta memoria di quella figura lucente, mistica. Un amico di Dio credo, mandato forse per proteggermi o soltanto per attendere eventi terreni, a cui di mettere mano, a lui non era concesso. Un custode senza chiavi, occhi di un padre supremo posti ad osservazione su di una piccola vita in sospeso. Ho letto e ascoltato molti racconti negli anni, portare con sé similitudini a ciò che mi accadde. Qualcuno ha cercato di spiegare tutto questo con la scienza, altri hanno abbozzato, molti…dimenticato. Io, invece, conservo intatte tutte le sensazioni, le forti emozioni di quell’evento. Ed anche se umanamente non potrò mai avere nessuna certezza di un intervento celeste, trattengo dentro me stesso tutto il mistero di cui sono stato interprete mio malgrado, come segno tangibile di aver ricevuto da qualcuno, un immenso dono universale.
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