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 Dicono... (decimo round)

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InPuntadiPenna

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Data d'iscrizione : 01.10.08

MessaggioTitolo: Dicono... (decimo round)   10/12/2008, 20:40



Mi hanno messo questo camicione bianco che mi blocca le braccia incrociate sul petto. Mi hanno fissato le gambe alle sponde alte del letto e pure la testa è bloccata e non posso guardarmi attorno…
Ho sete, vorrei bere un po’ d’acqua ma non c’è nessuno a cui chiedere. Solo persone bianche, senza volto. Che arsura sento, in gola: fino allo stomaco, fino alla pancia, ai piedi. Sì, ho sete anche nei piedi.
Non ricordo quando sono arrivata qui e chi mi ci ha portato. L’ultimo ricordo che ho non riesco a collocarlo nel tempo, solo nello spazio.

Una stanza improvvisamente inondata da troppa luce e io che chiudo le persiane per ottenere un po’ di penombra. E farlo.

Mi era sempre piaciuta la luce. Spalancavo le finestre al sole, d’estate e d’inverno; cantavo col sole e al tramonto accendevo le luci in tutta la casa. Non lampade al neon (luce abbagliante, bianca, fredda, come questa, ora) bensì lampadine ad incandescenza, dal chiarore appena un po’ schermato dai paralume in pizzo lavorati all’uncinetto. Quanti lavori all’uncinetto nei lunghi dopocena in solitudine, aspettando l’ora di coricarmi, sperando che lui ritornasse in tempo per un saluto, un bacio, un po’ d’amore. Ho arredato la nostra casa e quella di amiche e colleghe, aspettando inutilmente.
Ma ancora amavo la luce; non come ora che mi sento quasi crocifissa, bloccata in questo letto allagato da una luce nemica: abbagliante, bianca, fredda.

Ricordo. Là, in quella stanza, improvvisamente la luce mi ha ferito, mi ha mostrato il mio fallimento; mi sono guardata allo specchio e ho visto l’immagine di una vita inutile, consumata aspettando un futuro che non sarebbe mai arrivato. Invecchiata senza essere stata giovane. Illusa senza speranza. Fallita, fallita, fallita.


Guardavo nello specchio e scorgevo il volto di una donna a me ignota che stringeva tra le mani un foglio, una lettera. Guardavo la lettera. Le parole mi ballavano impazzite davanti agli occhi. Non volevano lasciarsi leggere. Ne ricordo qualcuna: “Addio… mi accorgo che non ti ho mai amato… per correttezza e lealtà me ne vado…”. Ero io con in mano la lettera dell’addio; ero io che non volevo riconoscermi, non volevo accettare…
E allora lo feci.
Ma chiusi la finestra. Solo al buio si possono fare certe cose. E quanta acqua per inghiottire tutto!
Ma il dolore non cessava; vagando per casa mugolavo e mi lamentavo; avrei voluto piangere ma le lacrime non ne volevano sapere di scendere. Cominciai ad urtare le pareti, senza più equilibrio, come il pipistrello intrappolato nella stanza in cui è entrato per errore.

Gridavo tutta la mia sofferenza di animale ferito e solo. Ho gridato, gridato, gridato.

Mi hanno trovata accasciata a terra sporca di sangue e vomito, senza più voce; lo sguardo allucinato ad indicare un foglio stropicciato abbandonato accanto a me. Dicono.
E quando hanno provato a rimettermi in piedi ho reagito con furia cercando di gettarmi nuovamente contro le pareti della camera, per ferirmi ancora e ancora. Ecco perché sono qui, legata al letto. Dicono.
Mi hanno riempito di sedativi, dopo la lavanda gastrica; mi hanno fatto dormire per alcuni giorni ma ad ogni risveglio gridavo che mi lasciassero morire. Dicono.
Mi dicono che, se non reagirò, impazzirò del tutto.
Mi dicono anche che non valeva la pena fare ciò che ho fatto, per il motivo che mi ha spinto a farlo.
Ma che ne sanno, loro, se ne valeva la pena o no. Loro sono persone senza volto; bianche come questa luce abbagliante, fredda, che mi ferisce gli occhi.
Non come la luce schermata dai miei paralume in pizzo all’uncinetto, che confezionavo nelle lunghe serate in attesa del suo rientro.
E mi rivedo com’ero allora, prima della mia follia;

così ti ricordo, in quiete: tu che lavori all’uncinetto nella luce del tramonto, canticchiando le canzoni del vostro amore, aspettando il suo ritorno, ragazza mia…



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